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L'esperienza degli Ecovillaggi. Comunità e sostenibilità

Un saggio di Davide Facheris che analizza il ruolo degli ecovillaggi in un'ottica di "glocalizzazione", cioè di valorizzazione dell'autonomia e delle potenzialità delle realtà locali

L’ESPERIENZA DEGLI “ECOVILLAGGI”

 

 

“ Nella ricerca della verità scientifica l’uomo ha acquistato conoscenze utili per il dominio della natura. Egli ha avuto un grandissimo successo ma, attribuendo un’importanza unilaterale alla tecnica e al consumo materiale, ha perso il contatto con se stesso e con la vita. Perduta la fede religiosa e i valori umanistici ad essa legati, l’uomo ha concentrato la sua attenzione sui valori tecnici e materiali e non è stato più in grado di provare profonde esperienze emotive e la gioia e la tristezza che le accompagnano. La macchina costruita dall’uomo è diventata così potente da sviluppare da sola il suo programma, che ora condiziona lo stesso pensiero dell’uomo.”

 

Erich Fromm

Introduzione

capitolo 1: Anch'io ho sentito parlare di Ecovillaggi
capitolo 2: L'ecovillaggio al microscopio
capitolo 3: Alle radici del movimento
capitolo 4: La rete R.I.V.E.
capitolo 5: La Rete Globale degli Ecovillaggi

Conclusione
Bibliografia
Glossario


Introduzione
Mi laureo in Scienze della Cooperazione per lo Sviluppo e la Pace presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano, un corso di laurea prettamente orientato a profili internazionali, e decido di svolgere il mio lavoro di tesi sull’esperienza degli ecovillaggi, luoghi che a volte contano non più di 5 o 6 persone residenti in un casolare sperduto sulle montagne.

A prima vista le due cose possono sembrare incompatibili. Effettivamente, parlando di cooperazione internazionale, si pensa subito alle istituzioni e alle organizzazioni di grande portata, che connettano almeno un paese “sviluppato” con uno “in via di sviluppo”. In realtà oggi, anche nel campo della cooperazione, si sta rivalutando il ruolo del “locale”. Non a caso si tende a proporre la “glocalizzazione”: una “globalizzazione” basata sull’autonomia e le specifiche potenzialità di ogni singola realtà “locale”.

E’ in questo scenario di rinnovamento che gli ecovillaggi possono trovare terreno fertile per esprimere al meglio le proprie potenzialità.

Il mio desiderio di approfondire e di presentare questo argomento penso nasca proprio da qui. Desiderio di una vita più vera. Desiderio di qualcosa che vada davvero oltre…

Se l’esperienza comunitaria è qualcosa che è nato con l’uomo, la modalità degli ecovillaggi affonda le proprie radici nei più recenti anni sessanta e settanta del XX secolo, i tempi degli hippies e delle “comuni”. Da allora è iniziata una continua evoluzione di ispirazioni, orizzonti, principi, forme organizzative e capacità comunicative nonché di soluzioni tecnologiche, economiche ed ambientali.

Cercherò quindi di esaminare il vasto ed eterogeneo panorama che ne è scaturito e l’incarnazione che esso è della suddetta “glocalizzazione”: si assiste infatti ad una incredibile coesione in reti regionali, che confluiscono poi nella partecipatissima rete mondiale.

L’intento è quello di descrivere e caratterizzare un’esperienza specifica di organizzazione di comunità che ha in se stessa degli elementi di validità più generale e che rappresenta un possibile modello di riorganizzazione per comunità più ampie. Lo stesso Gandhi proponeva, per l’organizzazione della nuova India indipendente, proprio la dimensione dei “villaggi”.

Non ci resta che partire alla scoperta di queste cellule di Vita, Sviluppo e Pace.

 

Capitolo 1

Anch’io ho sentito parlare di ecovillaggi

 

 

 “ In natura c’è la vita e c’è la morte e la natura è piena di gioia.

Nella società umana c’è vita e c’è morte e la gente vive nel dolore.”

Masanobu Fukuoka

 

 

1.1 - Il termine “ecovillaggio”

 

Quando pronuncio la parola “ecovillaggio”, chi mi sta ascoltando ne resta subito colpito, l’espressione del suo volto si fa attenta e curiosa: questa parola è nuova e il significato sconosciuto!

Dopo l’incertezza di qualche attimo, l’immaginazione si attiva e nella mente qualcosa inizia a prender forma.

Etimologicamente questa parola è molto semplice: il prefisso “eco” e il sostantivo “villaggio” non lasciano scampo ad equivoci.

“Eco” (dal greco “ôikos” = casa, abitazione) rimanda immediatamente al concetto di “ambiente naturale”, inteso nel suo significato più completo: la realtà preesistente in cui siamo immersi come elementi costituenti, interagenti e abitanti. “Villaggio”, molto meno trascendente, porta rapido il pensiero all’immagine di un centro abitato di dimensioni contenute.

Bene, ma questi due vocaboli formano una parola sola, è sufficiente sommare i rispettivi significati per comprendere quello finale? E’ accettabile che “ecovillaggio” identifichi un piccolo paese inserito nell’ambiente naturale senza creare effetti negativi?

Non potendolo rintracciare nel vocabolario a causa della sua nascita recente, dobbiamo affidarci alla definizione che ci viene fornita da chi l’ha coniato. Ecco quella della sede mondiale del GEN (Rete Globale Ecovillaggi):

 

“Ecovillages are urban or rural communities of people, who strive to integrate a supportive social environment with a low-impact way of life.”

“Gli ecovillaggi sono comunità urbane o rurali di persone che si sforzano di integrare uno sviluppo sociale efficace con uno stile di vita a basso impatto.”

(http://gen.ecovillage.org, What is an Ecovillage? )

Ancor più condensata ed esplosiva è quella della RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici):

 

"E' un laboratorio di ricerca e sperimentazione i cui membri pensano e lo dimostrano che un mondo diverso è possibile da subito.”                     

(http://www.sostenibile.org/rive/ecovillaggio.html)

 

In un’altra occasione:

 

“La Rete Italiane dei Villaggi Ecologici ritiene che le esperienze di vita comunitaria siano dei veri e propri laboratori di sperimentazione sociale ed educativa per un mondo migliore.”                                            

(http://www.sostenibile.org/rive/missione.html)

 

 

Nota: da ora in avanti, l’utilizzo del singolare, se non esplicitamente legato ad un ecovillaggio in particolare, è da intendersi riferito alla pluralità delle esperienze. Ciò perché non esiste un ecovillaggio uguale ad un altro o un ecovillaggio che possa identificarsi come modello. Essendo il termine riferito a realtà molto eterogenee non si può tralasciare di leggerlo con questa valenza.

 

 

1.2 - L’ecovillaggio prende forma

 

Ora il termine è stato chiarito: si è delineato un concetto molto più vasto di quello che si poteva immaginare. Spendiamo allora qualche parola in più, riportando qui di seguito un brano tratto dalla presentazione della rete mondiale degli ecovillaggi. Dopo uno sguardo dall’esterno, l’intento è quello di varcare la porta: all’interno lo spazio si allarga di nuovo, ma questa volta non lo stiamo più immaginando… inizia davvero a prendere forma.

 

“Gli ecovillaggi sono insediamenti a misura d'uomo, rurali o urbani, che aspirano a creare modelli di vita sostenibile. Possono essere insediamenti nuovi o ristrutturazioni di villaggi già esistenti, e possono essere situati sia nelle società industriali o post-industriali che nei paesi in via di sviluppo. Sono esempi di un 0 risorse naturali e alla promozione di un approccio olistico che integra nell’habitat umano ecologia, educazione, metodi decisionali partecipativi, tecnologie alternative, e progetti economici. Gli ecovillaggi sono comunità in cui gli abitanti si sentono partecipi e responsabili gli uni verso gli altri. Si basano su un profondo senso di appartenenza al gruppo, hanno normalmente dimensioni ridotte in modo che ciascun residente si senta visto e ascoltato, e sono aperti ad un’interazione costruttiva con i vicini. Si formano a seconda delle caratteristiche culturali e geografiche delle bio-regioni di appartenenza, e di regola abbracciano quattro dimensioni: la dimensione sociale, ecologica, culturale e spirituale unite in un approccio sistematico che incoraggia lo sviluppo personale.”

                    (http://www.gen-europe.org/about_us/italian/what_is_ev.html)

 

Abbiamo ormai compreso la vastità dell’ecovillaggio, un’esperienza che in primis suona come una piccola oasi felice fuori dal mondo, ma che in realtà non vuole essere un meno di fronte a nessuna dimensione della vita.

La curiosità aumenta, fortunatamente l’ecovillaggio è una personalità dalle porte ben aperte: possiamo continuare la nostra esplorazione.

 

 

1.3 - Ecovillaggio: laboratorio di se stessi

 

Ora possiamo affermare con certezza che l’ecovillaggio rompe gli argini della connotazione edulcorata stile “villaggio dei Puffi”, per assumere caratteristiche ben più realistiche: al centro vengono posti i problemi, i nodi da risolvere e la volontà di farlo. In questo senso non lo si può pensare come qualcosa che già è… equilibrato, armonioso, perfetto. L’ecovillaggio è esattamente “un laboratorio umano di ricerca e sperimentazione”, penso non ci sia sintesi più efficace. Tende sempre ad evolversi al meglio, proprio in questo si mostra innovativo sia rispetto alla società statuale odierna sia rispetto alle esperienze di comunità antecedenti.

Forse anche queste esperienze sono nate con questa direzione, ma non sono state capaci di essere “laboratori”, finendo col fossilizzarsi secondo gli interessi particolaristici di alcuni. Non che nell’ecovillaggio tutto sia relativo, non vige il caos, si parte accettando la realtà in cui si vive e si raggiunge il consenso su alcuni punti fondamentali che sono le fondamenta del laboratorio. Più avanti vedremo meglio l’importanza del “consenso”, che non è una cristallizzazione, ma è caratterizzato dalla volontà di tenere sempre la porta aperta alle diverse opzioni. L’intento è quello di evitare di proporre una ricetta preconfezionata e indiscutibile, che inevitabilmente condurrebbe alla creazione di nuove barriere reali e mentali.

A proposito della profondità del rivoluzionarsi ritengo opportuno citare Masanobu Fukuoka, agricoltore giapponese che ha sviluppato il metodo dell’agricoltura naturale. Egli, quando gli viene detto: - Se non si facesse assolutamente nulla, il mondo non potrebbe andare avanti. Che cosa sarebbe il mondo senza sviluppo? -, risponde:

 

“Perché dobbiamo sviluppare? Se la crescita economica aumenta dal 5 % al 10 %, la felicità raddoppia forse? Che c’è di male in un tasso di crescita dello 0 %? Non è questo un tipo di economia piuttosto stabile? C’è niente di meglio che vivere semplicemente e prendersela con calma?

La gente scopre qualcosa, impara come funziona, e si mette a sfruttare la natura pensando che sarà per il bene dell’umanità. Il risultato di tutto ciò, finora, è che il pianeta è diventato inquinato, la gente disorientata e noi abbiamo aperto le porte al caos dei tempi moderni.

In questo podere noi pratichiamo l’agricoltura del non fare e mangiamo cereali, verdure e agrumi integrali e squisiti. Esiste una fondamentale e significativa soddisfazione nel solo fatto di vivere vicino all’origine delle cose. La vita è canto e poesia”[1]

 

Questo brano è molto calzante, mette bene in evidenza che l’uomo, dopo aver scelto alcune direzioni, le quali hanno creato parecchi nuovi problemi, non è più stato capace di tornare al bivio di partenza e così facendo si è precluso molte altre strade. Oggi continua con dei paraocchi, ciò è evidenziato chiaramente anche nel pensiero di Fromm in apertura; non è più in grado di analizzare i problemi alla radice e, nel tentativo di risolverli, crea e alimenta sempre più gli squilibri.

Ancora Fukuoka:

 

“A ben guardare sono poche le pratiche agricole veramente necessarie. La ragione per cui le tecniche avanzate sembrano necessarie è che l’equilibrio naturale è stato precedentemente così sconvolto a causa di quelle stesse tecniche che la terra è diventata tale da non poter fare a meno di loro.

Gli esseri umani con le loro manomissioni fanno il danno, non riparano l’errore e quando i risultati negativi si accumulano, lavorano con tutte le energie per correggerli. Quando le azioni correttive sembrano avere successo, arrivano a considerare queste misure come splendide realizzazioni. La gente cocciutamente insiste sempre ad agire così.

Ho parlato recentemente di questo col professor Inuma dell’Università di Kyoto. Mille anni fa’ l’agricoltura era esercitata in Giappone senza aratura, e solo 300 e 400 anni fa’, fu introdotta la lavorazione superficiale del terreno. L’aratura profonda arrivò in Giappone con l’agricoltura occidentale. Ho sostenuto che per affrontare i problemi del futuro la prossima generazione ritornerà al metodo della non lavorazione.

Far crescere dei raccolti in un campo non arato può sembrare a prima vista una regressione all’agricoltura primitiva, ma col passare degli anni è stato dimostrato nei laboratori universitari e nei centri di sperimentazione agricola da un capo all’altro del paese che questo metodo è il più semplice, efficiente e avanzato di tutti. Questo modo di coltivare, anche se contraddice la scienza moderna, è arrivato adesso a trovarsi all’avanguardia del moderno sviluppo agricolo.

Guardate un momento il campo del vicino. Le erbacce sono state spazzate via dai diserbanti e dalle lavorazioni. Gli animali e gli insetti del terreno sono stati tutti sterminati dai veleni. Il suolo è stato bruciato e ripulito di ogni materia organica e dei microrganismi per mezzo dei fertilizzanti chimici. D’estate poi si vedono gli operai agricoli al lavoro nei campi, con addosso maschere antigas e lunghi guanti di gomma. Questi campi di riso che furono coltivati continuamente per più di 1500 anni, sono stati ora resi sterili dalle pratiche agricole di rapina di una sola generazione.”[2]                         

 

Ho scelto solo alcuni brevi estratti del libro di Fukuoka, limitandomi con molta difficoltà laddove il discorso, pur essendo molto interessante, mi avrebbe portato fuori tema. Aggiungo solamente che Fukuoka, nel permettersi di parlare in questo modo, ha dalla sua il metodo dell’agricoltura naturale grazie al quale per ogni ettaro, senza arare né lavorare il terreno da più di 30 anni, senza alcuna sostanza aggiunta dall’esterno, ottiene i raccolti quantitativamente (e ovviamente anche qualitativamente) migliori di tutto il Giappone.

Ciò che mi preme sottolineare è l’approccio alla vita davvero ecologico presente in Fukuoka; proprio per questo egli è uno tra i “guru” ispiratori di chi sostiene gli ecovillaggi.

Si tratta di un approccio che ha a che fare con il mistero e proprio per questo è di grande livello: non interferisce con la perfezione e l’armonia che esistono in


 natura, anzi, spalanca le porte affinché siano libere di diffondersi:

 

“Gli scienziati credono di poter capire la natura. Lo danno per scontato. Siccome sono convinti di questo, si dedicano ad analizzare la natura e a renderla sfruttabile. Ma io penso che la comprensione della natura sia oltre la portata dell’intelligenza umana.”  

 

“La vera necessità è quella di trasformare la consapevolezza di ciascuno dalle fondamenta, senza ciò, l’inquinamento non si fermerà”          

 

“Quando uno capisce che si perdono la gioia e la felicità nel tentativo di possederle, l’essenza dell’agricoltura naturale è compresa. Lo scopo vero dell’agricoltura non è coltivare le piante, ma la coltivazione e il perfezionamento degli esseri umani”[3]                                       

 

Che aggiungere ancora? Questa è la peculiarità degli ecovillaggi: l’uomo perfeziona se stesso apprendendo tutto dalla perfezione che già esiste; solo così evita di fuoriuscire dall’equilibrio naturale.

 

Interessante, al fine della nostra analisi, notare come anche la Rete Italiana Villaggi Ecologici sottolinea l’importanza del “lavorare su sé stessi”. Non viene creata una frattura fra l’esperienza dell’ecovillaggio e le altre realtà, non ci si pone sul piedistallo dei migliori, ma si lascia aperta la porta al contributo di ciascuno, qualunque esso sia. Ciò è dimostrato da una risposta sorprendente:

 

“Come partecipare alla RIVE?

-         [...]

-         [...]

-         Portando più consapevolezza e più pratiche ecologiche nella tua vita”

                       (http://www.sostenibile.org/rive/cosa.html)

 

Ecco il cuore del messaggio: l’ecovillaggio come proposta personale di vita, concretizzabile fin da subito a partire dalle più piccole attenzioni quotidiane.

 

 

 


1.4 - Ecovillaggio: laboratorio per il mondo

 

Riprendendo Fukuoka, la verità è che oggi è pressoché impossibile chiedersi: “Che c’è di male in un tasso di crescita dello 0 %? Non è questo un tipo di economia piuttosto stabile? C’è niente di meglio che vivere semplicemente e prendersela con calma?”. Questa domanda è troppo destabilizzante, mina alla base le dinamiche su cui si è strutturata da decenni la società e sembra anacronistico non tanto dirla, ma anche solo pensarla. Eppure, in una società che si dichiara finalmente libera, non dovrebbe esserci più alcun argomento tabù. Se l’uomo fosse davvero libero e sviluppato, non dovrebbe forse essere in grado di spaziare in ogni campo d’indagine con molta serenità e senza destabilizzarsi?

Nonostante tutte le esperienze storiche, ancora non si è imparato l’atteggiamento di contemplazione e di umiltà che portano al compimento dell’uomo. Ancora non si è in grado di “vedere i propri errori, i propri difetti, le proprie mancanze”. Ma se non si parte da qui, da dove?

La condizione necessaria e sufficiente affinché l’uomo riempia il vuoto che dimora in lui è innanzitutto che lo riconosca!

Non mi pare si stia parlando di chissà quale complicata teoria di redenzione, anzi, forse è troppo semplice affinché venga accettata dal megalomane egocentrismo insito in ognuno di noi.

Ma come si possono risolvere i punti oscuri dell’esistenza se non si accetta nemmeno che esistano?

Pensiamo ad esempio al problema della fame nel mondo: laddove se ne parla c’è sempre il personaggio di turno che, dopo aver presentato la situazione negativa, pone l’accento su questo accordo o su quella risoluzione salvifici grazie ai quali ben presto tutto sarà risolto.

L’uomo sostiene sempre con gran sicurezza le sue capacità, le sue risposte, le sue soluzioni; infine deve fare i conti con le falle apertesi nel suo progetto… tenta di rattopparle, di nasconderle e i problemi si sono già moltiplicati. Questa è ad esempio la realtà delle elezioni politiche, dove ogni candidato si propone come il salvatore perfetto con in tasca tutte le risposte, ma le ha realmente? Chi può averle realmente?

I problemi oggi sono molto, molto gravi e continuare con queste barriere di pensiero è ormai impensabile, urge davvero trasformare la propria consapevolezza dalle fondamenta e produrre così soluzioni concrete ed efficaci (che spesso sono anche le più semplici).

Ciò implica il ritorno a dei valori ben chiari, condivisi, fortemente riconosciuti e sostenuti da tutti. L’ecovillaggio pone qui le sue basi: è un’esperienza eterogenea, ma fortemente coesa attorno a dei valori o ad una filosofia-guida. Da ciò ne viene un’esperienza che a dire di molti è “utopia”: le esperienze comunitarie da sempre sono chiacchierate come fantasiose, sognatrici, idealistiche, utopiche, epiche, leggendarie, bellissime e affascinanti, ma poi, in fin dei conti, folli, ingenue, regresse, eretiche, perdenti, irrealizzabili…

L’ecovillaggio è però una realtà matura, in cui i valori seminati germinano portando alla luce uno stile operativo: l’analisi attenta delle problematiche, le porte ben aperte alle diverse alternative di redenzione…

Chi promuove l’ecovillaggio non si permette di scindere le varie parti della realtà e di conseguenza il rinnovarsi della componente valoriale è inscindibilmente legato al rinnovarsi della dimensione concreta. Così è anche per il rapporto tra il micro e il macro, fra il singolo e tutti gli altri, fra l’ecovillaggio e il mondo.

Come esprimere meglio che lo scenario è il mondo intero?

 

“RIVE ritiene che le esperienze di vita comunitaria siano dei veri e propri laboratori di sperimentazione sociale e educativa per un mondo migliore”

         (bozza dello statuto della RIVE)

 

 

Nota: Lo statuto della RIVE non è ancora stato approvato, quindi attualmente è solo una bozza. Io l’ho ottenuta tramite contatto personale con la Rete, ma, data la provvisorietà, non mi è possibile allegarla in versione integrale. Mi limiterò dunque a proporne solo alcuni brevi estratti.


Capitolo 2

L’ecovillaggio al microscopio

 

 

“Guardando questo paese (l’Inghilterra),

io almeno ho perso ogni illusione rispetto alla civiltà occidentale.

Le persone che incontri per strada sembrano mezze matte;

passano il giorno nel lusso o limitandosi a esistere

 e la sera tornano a casa completamente esausti.”

M. K. Gandhi (nel 1909)

 

 

Ora che ci siamo introdotti nel piccolo grande mondo degli ecovillaggi, la nostra curiosità e la nostra attenzione si sono fatte ancor più profonde.

In questo capitolo andiamo quindi ad effettuare una vera e propria analisi al microscopio della struttura dell’ecovillaggio: dapprima ci si soffermerà sull’ossatura portante del sistema per poi scendere via via sempre più nel particolare.

 

 

2.1 - Dimensione valoriale

 

Il tema dei valori è trasversale a tutte le esperienze di ecovillaggio: è uno dei pilastri fondamentali e non può essere trattato in miglior modo che lasciandolo affiorare lungo tutta l’esposizione. Questo filo conduttore si ritaglia però lo spazio particolare del presente paragrafo per due motivi: affinché ne venga sottolineata a dovere l’importanza e perché sta a cuore agli ecovillaggi stessi evidenziarlo in modo esplicito. Per non appesantirne troppo la già grande presenza diluita in tutto il discorso, riporto qui solo alcuni brevi pensieri.    

 

“Da vent’anni a questa parte, i valori-guida delle nuove esperienze comunitarie sono soprattutto di natura post-materialista. Cioè esperienze di miglior qualità della vita, la difesa strenua di una natura martirizzata e la realizzazione di una pace interiore al di fuori delle congestionate metropoli.”[4]

 

 

 

“(L’ecovillaggio) riconosce come base etica del proprio operare l'equità sociale fondata sull'armonia spirituale, economica ed ecologica.”

(http://www.sostenibile.org/rive/missione.html)

 

“comunità caratterizzate da una filosofia di sostegno reciproco.”

(http://www.gen-europe.org/about_us/italian/what_is_gene.html)

 

“I rapporti tra le persone si intendono basati sul rispetto, la tolleranza, la solidarietà, l'affetto, l'amicizia, la fiducia e la sincerità.”

(http://www.sostenibile.org/rive/bagnaia/informazioni.html)

 

 

2.2 - Sostenibilità

 

Già dal titolo di questo lavoro appare chiaro che “sostenibilità”, insieme a “comunità”, forma il nucleo peculiare dell’esperienza degli ecovillaggi. Anch’essa è, tornando all’espressione usata per i valori, un vero e proprio pilastro portante. Proprio per questo necessiterebbe di un’analisi ben più accurata di quella realizzabile in questa sede; il mio scopo però, mantenendo la linea guida di tutta la ricerca, non va oltre la presentazione e una breve riflessione.

 

Parlando si sostenibilità si fa già un passo in più verso le specifiche degli ecovillaggi; mentre i valori sono nati con l’uomo, la sostenibilità è una dimensione più recente, che si incardina direttamente nelle problematiche sorte con la modernizzazione. Il termine affonda le sue radici nell’analisi svolta dall’economista Thomas Robert Malthus a cavallo tra ‘700 e ‘800 riguardo la sempre crescente divergenza tra dimensione della popolazione mondiale e quantità di risorse alimentari disponibili. All’epoca egli introdusse il termine “sustainability” in riferimento alla “capacità delle risorse rinnovabili (produzione agricola) di sostenere/sostentare la popolazione umana”. Le questioni sul tappeto erano molte, riguardavano le differenze tra le masse povere e i ceti ricchi, il confronto tra la produzione inglese e quella estera, le innovazioni tecnico scientifiche che avevano ridotto di molto la mortalità… in sintesi Malthus concludeva la sua analisi dicendo che la popolazione stava crescendo con ritmo esponenziale, mentre le risorse alimentari secondo il più lento ritmo aritmetico. Logico pensare che nel medio-lungo periodo queste ultime sarebbero risultate insufficienti.

In seguito, grazie ad interventi di politica sociale ed economica, ed anche al fatto che le rilevazioni di Malthus non erano state troppo corrette (non aveva considerato l’immigrazione…), il collasso alimentare non si verificò e il dibattito si assopì.

 

La questione della sostenibilità tornò ad essere centrale solo negli anni ’70 del XX secolo, in concomitanza con la recessione di molte economie “occidentali”. Il dibattito assunse subito portata internazionale: questa volta il problema fu centrato sulle risorse non rinnovabili e sull’inquinamento sempre maggiore e transfrontaliero.

 

“La prima conferenza ritenuta “la data di inizio della politica ambientale globale” organizzata dalle Nazioni Unite è stata la conferenza di Stoccolma del 1972 su “Ambiente Umano”.

Lo stesso anno un gruppo di ricercatori del MIT definiva “I limiti della crescita” e dimostrava come le risorse naturali (in particolare quelle non riproducibili) si stessero esaurendo progressivamente per effetto della crescita economica e industriale. E’ evidente la nascita e la rapida crescita del movimento ecologista a livello globale.

Le altre due più importanti iniziative istituzionali successive sono state:

- L’istituzione della“Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo” nata per iniziativa dell’ONU nel 1983, a cui si deve quello che è chiamato il rapporto Brundtland che nel 1987 elabora la definizione di sviluppo sostenibile.

- Il “Vertice della Terra” a Rio de Janeiro nel 1992 (Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo), da cui nasce il testo dell’Agenda 21.”[5]

 

Riporto ora la definizione di “sviluppo sostenibile” coniata da Bruntland (come citato poco sopra):

 

“per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”[6]

Ciò che colpisce è che partendo da problemi di “sostenibilità” (con il MIT e gli ecologisti nel 1972) si è giunti ad inquadrare una via risolutiva nello “sviluppo sostenibile”. Ma lavorare con il concetto di “sviluppo” è forse ancor più complicato, basti pensare che molti studiosi hanno evidenziato la precarietà della classica distinzione tra “paesi sviluppati”, “paesi in via di sviluppo” e “paesi meno sviluppati”. Ciò per una pluralità di elementi:

 

“Viviamo in un mondo in cui le privazioni, la miseria e l’oppressione sono grandi. Esistono molti problemi, vecchi e nuovi: povertà persistente, bisogni primari insoddisfatti, carestie, fame di massa, violazioni di diritti politici elementari e di libertà fondamentali, disprezzo – diffusissimo – per gli interessi e il ruolo attivo delle donne, minacce sempre più gravi all’ambiente e alla sostenibilità, economica e sociale, del nostro modo di vivere. E troviamo, in una forma o nell’altra, molte di queste privazioni non solo nei paesi poveri ma anche in quelli ricchi”[7]

 

Inoltre, vi è il tema famosissimo della disparità nel consumo delle risorse: è ormai risaputo che la popolazione dei cosiddetti “paesi sviluppati” è meno del 20% della popolazione mondiale. Questo è un dato molto significativo già di per se sulla disparità di accesso a quello che viene chiamato sviluppo, ma ancor più pesante è il dato che attesta che questa minoranza gestisce e consuma più dell’80 % delle risorse dell’intero globo.

A questo punto, evitando momentaneamente il discorso etico sulla disparità e l’ingiustizia, la fallacia del sistema è evidente: questo modello di “sviluppo” è compatibile con la totalità della popolazione? La risposta può essere solo negativa. Non ci sono risorse sufficienti affinché tutti possano assumere questo stile di vita. Quanto può, allora, un simile modello, fregiarsi del titolo di “sviluppato”?

Il nodo su cui insiste il movimento degli ecovillaggi è proprio questo.

 

“L’ecovillaggio è un insediamento a tutto campo, che cerca di soddisfare i bisogni di avere un’abitazione, da mangiare, lavoro, divertimento oltre ai bisogni sociali, all'educazione e ai bisogni spirituali. Ma NON tutti i bisogni economici possono essere soddisfatti all'interno del villaggio.”

(http://www.sostenibile.org/rive/ecovillaggio.html)

 

La consapevolezza di un limite ai bisogni economici soddisfabili è molto chiara e ben sviluppata, colpisce il problema alla radice e, come detto nel primo capitolo, porta a mettersi in discussione davvero e a scegliere di fatto soluzioni alternative. D'altronde, quanto può essere valida la definizione Bruntland che non mette in discussione niente del presente? Vien da pensare che, se non si punta ad un cambiamento culturale e ad una crescita umana che portino a rivedere i bisogni di oggi, non si stia realmente cambiando stile e non lo si stia rendendo sostenibile.

Qui è necessario fare una precisazione: è chiaro che il movimento non ha intenzioni distruttive, ma costruttive; punta in alto, ad elevare la qualità della vita, alla “coltivazione e al perfezionamento degli esseri umani” (usando le già citate parole di Fukuoka). Se con “sviluppo” intendiamo tutto ciò, allora questo termine è accettato, viceversa è rifiutato nel momento in cui diventa essenzialmente una questione tecnicistica. Attenzione perché la distinzione è sottile, anche il movimento e anche Fukuoka assumono atteggiamenti tecnici concreti, qual è davvero la differenza? Con buona probabilità è la presenza oppure l’assenza dell’atteggiamento spirituale. Oggi gran parte delle culture si sono “secolarizzate”: questo processo ha contagiato ogni aspetto della vita, compreso il termine/concetto di sviluppo. Viceversa, se anche nel movimento la spiritualità venisse tralasciata, mancherebbe il fulcro di tutto il sistema.

Scatta automatico il riferimento a Fromm: “La macchina costruita dall’uomo è diventata così potente da sviluppare da sola il suo programma, che ora condiziona lo stesso pensiero dell’uomo.”

Ecco allora la necessità del mettersi in discussione: questo primo passo è molto difficile perché implica aprire le porte al mondo, a tutto ciò che ancora non si è.

Ciò è però fondamentale perché permette all’uomo di incontrarsi nella sua vera sostanza: il mistero… un vuoto… li vive dentro di sé ancor prima che fuori. Questo è l’atteggiamento spirituale, fondamentale per moltissime persone nel mondo fuori e dentro gli ecovillaggi: non tralasciare la consapevolezza interiore che incessantemente richiama l’attenzione.

Non ci si sofferma tanto sullo “sviluppo”, che presuppone l’arroganza dell’uomo di capire e di riorganizzare tutto in modo migliore, quanto sulla “sostenibilità”, un atteggiamento che consiste sempre nell’avere lo sguardo puntato verso il mistero.

E il mistero parla… e il mistero diventa “visione”…

Da qui viene l’importanza che il movimento da a quest’altro termine/concetto:

  

“La visione: immaginiamo un pianeta in cui le diverse culture siano unite nella creazione di comunità in armonia reciproca con tutte le forme di vita e con la Terra, soddisfacendo al tempo stesso i bisogni della nostra generazione e di quelle future.”

(http://www.gen-europe.org/about_us/italian/vision_mission.html)

 

E’ curioso notare che anche in questo trafiletto viene usata la forma “soddisfacendo al tempo stesso i bisogni della nostra generazione e di quelle future”, ma la diversità sta appunto nella “visione”. Essa è anteposta ed è di fondamentale importanza, da’ una direzione e una forma a ciò che si punta a realizzare. E’ chiaro il bisogno di soddisfare anche i bisogni attuali, ma solo nel momento in cui tendono a conformarsi alla sostenibilità. In breve potremmo dire che nell’ecovillaggio ogni persona, lavorando in primis su se stessa, identifica i suoi veri bisogni in una visione armoniosa della vita.

Ecco allora che il bisogno non è più solo ciò che si vorrebbe avere, ma diventa anche il bisogno di dare, di esprimersi, di realizzare in concreto…

 

“La missione: Stiamo creando un futuro sostenibile identificando, assistendo e coordinando gli sforzi delle comunità esistenti per raggiungere l’armonia sociale, spirituale, economica ed ecologica. Incoraggiamo una cultura di mutua accettazione, rispetto, solidarietà ed amore, di libera comunicazione, di insegnamento interculturale e educazione attraverso l’esempio. Catalizziamo le aspirazioni più alte dell’umanità e cerchiamo di metterle in pratica in modo tangibile.”

(http://www.gen-europe.org/about_us/italian/vision_mission.html)

 

“The Global Ecovillage Network is a global confederation of people and communities that meet and share their ideas, exchange technologies, develop cultural and educational exchanges, directories and newsletters, and are dedicated to restoring the land and living "sustainable plus" lives by putting more back into the environment than we take out.”

“La Rete Globale Ecovillaggi è una confederazione di persone e comunità che si incontrano e condividono le loro idee, si scambiano tecnologie, sviluppano scambi culturali ed educativi, condividono le informazioni, si dedicano a ripristinare la terra e a vivere vite più che sostenibili restituendo all’ambiente più di quanto viene preso.”

(http://gen.ecovillage.org/about/index.html)

 

L’ecovillaggio porta avanti la propria linea di sostenibilità in modo semplice ed efficace:

 

“Agisce prevedendo gli effetti avanti nel tempo per almeno 7 generazioni.”

(http://www.sostenibile.org/rive/ecovillaggio.html)

 

A questo punto vorrei citare un importantissimo strumento di sostenibilità utilizzato dagli abitanti degli ecovillaggi: la “lista di controllo per l’autovalutazione delle comunità”. Essa è praticamente un questionario ad uso delle comunità o delle singole persone al fine di “mantenere l’integrità della visione”. La lista di controllo è davvero uno strumento raffinato e innovativo, l’incarnazione della sostenibilità vissuta innanzitutto come verifica di se stessi. Essa si articola in 41 pagine divise nelle tre dimensioni principali: ecologica, sociale e spirituale.

 

“Para mantener la integridad de la visión original dentro de una estructura abierta (a la que cualquiera pueda unirse), la Red Global de Ecoaldeas está desarrollando el concepto de auditoría o evaluación de la sustentabilidad, intentando proporcionar indicadores para individuos y poblados y comunidades existentes, a fin de comparar su estado actual con metas ideales de sustentabilidad ecológica, social, y espiritual. Estas herramientas son incluso instrumentos de aprendizaje, al señalar acciones que individuos y comunidades pueden realizar para volverse más sustentables.

El proceso de evaluación comunitario de sustentabilidad, es una exploración y cultivo de las cualidades que necesitará la humanidad a lo largo del siglo 21.

LaEvaluación de la Sustentabilidad Comunitaria (ESC)” es una serie de listas de chequeo que cualquiera puede completar para tener una idea básica de qué tan sustentable es su comunidad. Esta herramienta de evaluación es aplicable a cualquier comunidad. Si bien requiere de un buen conocimiento de estilos de vida, prácticas y rasgos de la comunidad, no requiere de investigación, cálculos o cuantificación detallada. El tiempo que un individuo necesita para completar esta evaluación es de dos a tres horas aproximadamente, y varía si se hace en grupo con los miembros de la comunidad.

¯

“Per mantenere l’integrità della visione originale in una struttura aperta (alla quale chiunque può unirsi), la Rete Globale degli ecovillaggi sta sviluppando il concetto di osservazione o valutazione della sostenibilità, tentando di fornire indicatori per individui, villaggi e comunità esistenti, al fine di comparare il proprio stato attuale con le mete ideali di sostenibilità ecologica, sociale e spirituale. In questo strumento è incluso quello dell’apprendimento, segnalando azioni che gli individui e le comunità possono realizzare per diventare più sostenibili.

Il processo di valutazione comunitaria della sostenibilità è un’esplorazione e una coltivazione delle qualità che saranno necessarie all’umanità durante il XXI secolo. La “lista di valutazione della sostenibilità comunitaria” è una serie di elenchi di controllo che chiunque può completare per farsi un’idea di base circa la sostenibilità della propria comunità. Questo strumento di valutazione è applicabile a qualsiasi comunità. Se è richiesta una buona conoscenza degli stili di vita, delle pratiche e delle caratteristiche della comunità, non sono invece richieste indagini, calcoli o quantificazioni dettagliate. Il tempo necessario ad una persona per completare l’autovalutazione è circa di due o tre ore e varia se viene fatta in gruppo con i membri della comunità.    

(http://gen.ecovillage.org/activities/csa/Espanol/index.html,

in questa pagina è possibile scaricare la lista di controllo)

 

“Le domande non riguardano tanto aspetti tecnici o di quantificazione (la quantificazione è ad esempio il criterio con cui sono elaborati gli indici di sostenibilità che riguardano l’Agenda 21 locale, attraverso un discorso tecnico), ma sono rivolte alla qualità dello stile di vita e alla coscienza ecologica , che dovrebbero trovare precisa espressione in ogni dettaglio della vita quotidiana, con le sue varie attività.

Quindi una tabella di valutazione come una cartina tornasole, per avere chiara la visione di dove andare e cosa fare, ma soprattutto, delle qualità umane necessarie all’interno di un discorso di rinnovamento umano e spirituale.”[8]

 

“Questo argomento (spirituale) può essere delicato, eppure il cambiamento di valori , la visione del mondo e l’accettazione di noi stessi come esseri umani è di vitale importanza.[…]è più facile evitare questo argomento e tralasciarlo nei discorsi e nelle dichiarazioni pubbliche. Credo che se decidessimo di lasciare fuori questo aspetto, rischieremmo di non cogliere l’obiettivo e di dare un messaggio ambiguo.[…]ciò che cerchiamo di realizzare è semplicemente una società basata sull’amore e la cooperazione, in opposizione a quella odierna fondata sull’avidità e sulla competizione. Questo deve essere il nostro linguaggio quotidiano e questo dobbiamo sostenere con la nostra cultura.”[9]

 

 

Nota: Colgo l’occasione di fare chiarezza in modo da evitare continue ripetizioni: è utile ribadire che l’atteggiamento di sostenibilità, come anche il fulcro valoriale, è trasversale a tutta l’esperienza proposta dagli ecovillaggi. Ciò dovrebbe essere intuitivo, ormai abbiamo capito che nella realtà dell’ecovillaggio non sono solo queste due dimensioni ad essere trasversali alle altre, ma ogni singola caratteristica ha necessariamente un rapporto sinergico con il tutto. Ovviamente poi, ogni realtà ha le sue specifiche caratteristiche, secondo le quali può prevalere questo o quell’altro aspetto (comunitario, ambientale, spirituale…).

 

 

2.3 - Comunità

 

L’idea di comunità scaturisce direttamente dalla visione di un mondo migliore, dove ci sia più pace/armonia e dove gli uomini vivano realmente da fratelli. Questo sogno sta alla base di tutta l’organizzazione e di tutte le pratiche degli ecovillaggi volgendole sempre di più alla gestione comunitaria dei beni. Quest’ultima, nonostante la sua grande importanza, resta però spesso (e giustamente) subordinata alla visione. Solo così, a volte sacrificandola, si vive la reale dimensione comunitaria:

 

“Upacchi è un antico borgo in pietra, acquistato nel 1990 dall’omonima cooperativa. E’ stato quasi completamente ristrutturato con i metodi della bioedilizia e, oggi, ospita 20 nuclei familiari, 43 persone in tutto, per metà tedesche. [...] Ogni famiglia ha acquistato la propria casa. E’ dunque indipendente e si gestisce in maniera autonoma. [...] Vengono gestite collettivamente solo alcune infrastrutture: l’acquedotto, la strada e, da poco tempo, una casa di legno che vorrebbe essere uno spazio di maggiore aggregazione. [...] Anche il terreno, all’inizio proprietà della cooperativa, viene successivamente privatizzato. La stessa cooperativa è stata da tempo sostituita da una co-proprietà. Martina, una ragazza tedesca residente ad Upacchi, mi parla del regolamento interno per la gestione del patrimonio comune. Riguardo l’acqua ad esempio…

Abbiamo deciso, in estate, di stabilire un prezzo minimo per il fabbisogno medio. Per chi ne dovesse consumare di più si è stabilito un prezzo molto alto. Questo per evitare sprechi. Dunque in estate si paga l’acqua, anche per la manutenzione dell’acquedotto. In inverno no, perché tutte le famiglie hanno concorso alla costruzione dell’acquedotto.

Sembra proprio che lo spirito privatistico, nell’esperienza di Upacchi, abbia funzionato.

Ci ha consentito di stabilirci, mi diceva Martina. E poi…

Conosciamo tante comunità che erano più “comuni” e non sono riuscite ad andare avanti. Ad esempio Campanara e anche gruppi di diverse famiglie, qui vicino, che volevano vivere assieme ma non ci sono riuscite. Normalmente rimane una famiglia o una persona sul podere e le altre vanno via.”[10]

 

Ciò non vuol assolutamente dire che tutte le esperienze di “mettere in comune i beni materiali” vanno a finire male, ma spesso non si è pronti, non si sta attenti alla sostenibilità. Il possesso comune si dirama in tante dimensioni e bisogna saperle gestire. Abbiamo visto in precedenza che “NON tutti i bisogni economici possono essere soddisfatti all'interno del villaggio” e ciò, tra le altre questioni, può dar luogo ad insanabili attriti.

La chiave della vita comunitaria è forse altrove: nella comunione della vita socio-politica, dell’educazione, della spiritualità…

L’aspetto strettamente necessario è probabilmente la gestione comunitaria dei rapporti socio-politici: è quella che permette l’armonia anche in tutte le altre dimensioni, è quella che rende davvero tale una comunità.

Solitamente non vengono riconosciuti capi e le decisioni vengono prese in maniera assembleare: si punta all’utilizzo esclusivo del “metodo del consenso”, ritenuto dagli ecovillaggi la pratica politica più democratica in assoluto. Mentre nel sistema a maggioranza avviene la “dittatura” dei più sui meno, e nelle decisioni all’unanimità viene scartata ogni situazione di dissenso, con il metodo del consenso la sovranità di ognuno è sempre attiva e gestita personalmente. Le decisioni vengono prese solo se c’è il consenso di tutti, ma ciò non implica che tutti debbano essere per forza della stessa opinione. Se qualcuno ha un parere diverso da quello dell’assemblea, si discute e, se la situazione non cambia, il singolo può decidere di acconsentire al che la decisione venga presa, riservandosi però di far annotare sul verbale che “acconsente, ma è della tal diversa opinione”. Ciò viene quindi registrato: quel singolo membro è rappresentato nel verbale nella maniera più completa e fedele alla sua reale posizione. Inoltre, l’annotazione verrà tenuta in considerazione nel caso di nuove discussioni future. Ogni membro può anche esercitare il diritto di blocco delle decisioni, ma questo può essere attivato solo se è in gioco l’interesse del gruppo (non quello personale) e solo se il pericolo individuato viene dimostrato e fatto capire anche agli altri componenti dell’assemblea.

Altre attività volte alla condivisione sociale sono i corsi, che vengono proposti grazie alla collaborazione di esperti esterni. Ad esempio, nell’ecovillaggio ligure di Torri Superiore, nel 2004 si sono svolti:

 

Facilitazione e consenso

con Bea Briggs (International Institute for Facilitation and Consensus) e Lucilla Borio (Torri Superiore)

 La facilitazione é un metodo lineare per gestire le riunioni ed aiutare i gruppi a raggiungere risultati positivi in breve tempo, evitando le estenuanti perdite di tempo causate da incontri inconcludenti e frustranti. Il metodo decisionale del consenso si basa sul principio che la saggezza collettiva del gruppo é superiore alla somma delle saggezze individuali, e crea nuovi rapporti di forza che portano a decisioni più condivise e sostenute a lungo termine.

Creazione di ecovillaggi

con Massimo Candela e Lucilla Borio (Torri Superiore)

Un corso per facilitare i progetti emergenti oggi in Italia a mettere solide basi per la creazione dell'ecovillaggio adatto alla loro realtà, evitando passi falsi che spesso si rivelano fatali per gruppi in fase iniziale. Verranno affrontate tematiche come la dinamica di gruppo, i metodi decisionali, le forme giuridiche più vantaggiose e adatte al sistema legale italiano, la progettazione ecologica, gli schemi economici, con esempi tratti dall'esperienza degli ecovillaggi del GEN - Global Ecovillage Network e della RIVE-Rete Italiana Villaggi Ecologici.”

(http://www.torri-superiore.org/italiano/index.html, Corsi 2004)

 

Sperando di esser stato chiaro ed efficace, è evidente che questa modalità di gestione socio-politica valorizza molto ogni singola persona, contribuendo all’armonia e alla coesione del gruppo. Questi due ultimi obiettivi vengono perseguiti anche con alcune attività di educazione comunitaria e reciproca quali i “gruppi di condivisione”

 

“Prendono spunto dalla esperienza della comunità dell’Arca in Francia e dalle comunità legate alla Associazione Comunità e Famiglia in Italia.

Nati per rispondere alla domanda di accompagnamento, sono luoghi di confronto e discernimento per le famiglie che vivono in comunità, o si preparano a entrarvi, oppure, semplicemente, sentono il bisogno di uno scambio e di una crescita. Lo strumento di questo accompagnamento è l'auto e il mutuo aiuto, attraverso il racconto di sé, l'ascolto degli altri e la condivisione non giudicante delle esperienze.

I Gruppi hanno anche  l’obiettivo di far crescere la fiducia e la conoscenza reciproca. Tendono ad essere un’attività “inclusiva” in quanto sono aperti a tutti coloro che decidono di parteciparvi al solo patto che ne rispettino le regole.”

(http://www.sostenibile.org/ves/gc/gcFasi.html)

 

“Il gruppo di condivisione è il luogo e lo strumento per costruire quello spirito di fiducia, cooperazione e dono di sé, che costituisce il motore della vita di relazione e che solo può portare all'avvio di nuove esperienze di vita comunitaria

Il gruppo di condivisione ha una validità a se stante e può essere molto utile anche a chi, al momento in cui partecipa, non ha nessuna intenzione di vivere in comunità.

Lo troviamo efficace perché ci aiuta ad abbandonare il vecchio modello di relazione basato sulla competitività e sulla lotta per acquisire posizioni di preminenza.
Ci aiuta a re-imparare assieme a:

-         prendere decisioni partecipate e consensuali (cioè raggiunte con il consenso di tutti e non a maggioranza);

-         ascoltare gli altri;

-         collaborare seguendo anche i sensi, l'intuito e non solo la ragione;

-         esplicitare le nostre esigenze, desideri, aspettative;

-         convivere apprezzando le differenze che ci sono fra noi;

-         rispettare il diritto di ognuno di essere come si è e ad accettare la storia di ognuno senza giudizi”

(http://www.sostenibile.org/ves/gc.html#gc)

 

Ulteriore strumento sono i “laboratori delle emozioni”

 

“E' uno spazio dove vengono messe in scena situazioni problematiche e conflittuali intra e interpersonali, blocchi emotivi, inibizioni, straripamenti emozionali, tensioni, disagi derivanti da problemi di comunicazione.

Nella vita quotidiana viviamo tanti drammi, piccoli e grandi, di questo tipo. A volte riusciamo a vivere pienamente e anche a risolvere questi drammi nella vita reale, ma il più delle volte le esigenze pressanti di un mondo esterno sempre più frettoloso e meno attento alle problematiche del benessere relazionale non ce lo consentono. Finiamo perciò con il rimuovere questi problemi, che vanno così ad accumularsi in quello spazio interiore dove spingiamo il non detto, l'irrisolto, la bugia, la doppiezza, l'autoinganno, tutto quello insomma che non riusciamo a chiarire a noi stessi e a chi ci sta vicino. [...]

Di qui la necessità di re-inventare uno spazio dove sia possibile per la persona rivivere i suoi drammi e i conflitti, esplorando le emozioni negative e il dolore psichico che ne consegue, al fine di ottenere sollievo, chiarezza e maggiori possibilità di risoluzione.

E' uno spazio che permette di oltrepassare l'approccio individuale-verbale. Il dramma interiore o sociale, non viene semplicemente raccontato, ma agito, anzi ri-agito, davanti a un gruppo di persone che permette al protagonista di assumere consapevolezza delle molteplici facce del suo problema. L'apprendimento, per il protagonista e per il gruppo, funziona meglio nel quadro di un'azione che si approssima alla vita che in quello di analisi e prolisse discussioni di gruppo.”

(http://www.sostenibile.org/ves/gc.html#le)

 

Questi ultimi due strumenti sono davvero interessanti e ci danno immediatamente l’idea di quanto poco basterebbe, anche nelle nostre vite, per creare nuclei di armonia sociale/relazionale. Ciò andrebbe ad influire positivamente su ogni aspetto dell’esistenza: dalla gestione economica alle tecnologie ambientali, dalla spiritualità all’educazione delle nuove generazioni…

Così avviene negli ecovillaggi dove, anche quest’ultima, è praticata con metodi alternativi e di condivisione. Leggiamo a proposito alcune righe tratte da un’intervista a Guerrino, uno dei fondatori della comune di Bagnaia.

 

“L’idea della comune non esisteva chiaramente. Si viveva così, ci rapportavamo, abbiamo eliminato i ruoli però l’idea chiara della comune nasceva pian pianino. Molte persone non si sono trovate d’accordo e, mano a mano che si chiariva cos’era la comune e cosa volevamo, diverse persone se ne andavano, altre arrivavano e con il tempo abbiamo dato una definizione di comune che è valida anche oggi, ovvero: non comanda nessuno, le decisioni si prendono insieme, eliminazione dei ruoli, fiducia e stima reciproche, confronto reciproco (nell’assemblea, organo gestionale e decisionale), parità dei sessi, il lavoro come dovere di tutti, la proprietà e i soldi in comune. [...] Noi abbiamo discusso molto sull’educazione comune. I ragazzi, in realtà, avevano perso punti di riferimento, perché tutti ci consideravamo ugualmente responsabili della loro educazione. Hanno avuto diversi problemi e noi siamo arrivati all’attuale situazione per cui si parla sempre di educazione insieme, ma l’ultima parola è comunque ai genitori.”[11]

 

Altri spunti vengono ancora dal villaggio Upacchi:

 

“Prima c’era l’idea di fare la scuola da noi, nell’ecovillaggio, ma essendo un impegno troppo grosso con tutte le altre cose che abbiamo fatto nello stesso tempo: costruire le case, liberare i terreni, guadagnare i soldi, ecc.. era troppo e allora abbiamo deciso di mandarli alla scuola normale anche per far sì che avessero contatto con i bambini del posto e non isolarli troppo.”

 

Interessante anche la voce di Pratale, una “casa aperta” adagiata sulle colline di Gubbio:

 

“A Pratale, Etain arriva nel ’75, desiderosa di avere un maggiore controllo sulla propria vita: sul cibo, sullo spazio vitale, sull’educazione dei figli. [...] Martin è convinto fin da sempre che far crescere i «propri cuccioli» in campagna sia uno dei motivi più validi per vivere in una fattoria. La prospettiva, a Pratale, è di praticare agricoltura ed allevamento biologici, ridurre al minimo l’utilizzo delle tecnologie e provvedere in maniera autonoma alla scolarizzazione dei figli. [...] I figli di Etain e Martin: Melissa, Beniamino e Camilla, hanno, rispettivamente, 28, 23 e 21 anni. I primi due non hanno conosciuto le aule delle elementari e delle medie, andando «a scuola» dai genitori, dai numerosi ospiti della casa e dalla stessa biodiversità in cui è immerso il podere. Etain sostiene che, in Inghilterra, provvedere autonomamente all’educazione primaria dei figli è una prassi molto diffusa e che anche in Italia, da un punto di vista legale, non è difficile. [...] - Il ritmo della scuola - spiega Etain - interrompe in modo artificiale la vita del bambino. In campagna, invece, la giornata scorre secondo i ritmi naturali: osservare una nevicata, portare il fieno agli animali, assistere al parto di un’asina, è senz’altro più interessante che essere scorrazzato per più di un’ora su di un pulmino. Del resto ci sono mille occasioni in campagna per fare calcoli o parlare… -. [...] - Il frutto di questa modalità diversa di apprendere - interviene a questo punto Martin, forte dell’esperienza sua e di quella di altre persone – è l’entusiasmo dei ragazzi, dovuto probabilmente all’assenza di costrizioni in spazi ed orari angusti ed alla possibilità di imparare quando se ne ha davvero voglia, in un contesto caldo e pieno di stimoli - .

Oggi Camilla si sta laureando in lingue a Roma, dove si mantiene insegnando inglese. Melissa dirige il settore biologico di un supermercato, mentre Beniamino vive felicemente a Pratale. Insomma, sembra proprio che siano tre persone ben adatte al mondo, malgrado lo abbiano conosciuto da una prospettiva diversa e molto temuta, dai benpensanti.”[12] 

 

La dimensione comunitaria della spiritualità è forse quella su cui si punta di meno. La tendenza generale degli ecovillaggi è di rivalutare questo aspetto della vita, rispetto alla secolarizzata civiltà industriale di oggi. Spesso però l’attività spirituale resta una fatto individuale e molto personale, talvolta si fonde e si limita alle pratiche di condivisione sociale, in una trascendenza dettata dall’incontro con l’altra persona. In questo tipo di comunità si fanno al massimo le “capanne sudatorie”, esperienze provenienti dai riti di iniziazione dei nativi americani. Esse consistono in un breve periodo di ritiro di alcune persone in un luogo isolato (capanna o qualche stanza).

Per alcuni (non pochi) ecovillaggi, invece, la dimensione spirituale è il fulcro di tutto: troviamo comunità religiose Hare Krishna, induiste, buddiste, cristiane o fondate da maestri spirituali di svariate dottrine. Qui la spiritualità viene davvero vissuta in comune. 

Ovunque però, anche laddove l’elemento spirituale viene esplicitamente messo da parte, le persone sono animate dalla visione di sostenibilità che pulsa dentro di loro e sono portate a condividerla: questo è l’elemento spirituale incancellabile che ci portiamo dentro tutti, che ricerca l’armonia e il senso della vita e che tende, in maniera inarrestabile, all’intreccio dell’umanità in un unico corpo comune.

 

 

2.4 - Dimensione tecnica: ecologia ed economia

 

Dopo il discorso teorico e quello teorico-applicativo, veniamo ora ad un paragrafo strettamente tecnico: una rassegna del concreto, ciò che si vede e si tocca, ciò che si crea e si usa, ciò che cresce e si mangia…

Gli ambiti fondamentali di applicazione delle tecniche sono l’ecologia e l’economia. Queste due dimensioni non sono scollegate l’una dall’altra, tutt’altro: l’ecologia punta alla salvaguardia dell’ambiente naturale, l’economia all’ottenere dei risultati dall’interazione con l’ambiente. E’ evidente che l’equilibrio tra i due obiettivi è facilmente alterabile perché ogni rapporto con l’ambiente, dal quale si voglia ottenere un risultato, apporta delle modifiche all’ambiente stesso. Tutto dipende dagli obbiettivi ecologici ed economici che si vogliono ottenere. L’idea, emersa con Fukuoka, di un armonia superiore nella quale inserirsi, è ritenuta dagli ecovillaggi la chiave per orientare positivamente le tensioni, spesso estremistiche, di ecologia ed economia. Ci si accorge così che la salvaguardia dell’ambiente dista pochi passi e pure i risultati economici sono già maturi da raccogliere… il più delle volte il problema dell’uomo è la cecità. Alla base dell’agire degli ecovillaggi troviamo il pensiero della progettazione integrale o permacultura. Essa si basa sulla simbiosi degli elementi: della casa e del giardino, dell’orto, degli animali e dell’uomo…

Leggiamo una breve introduzione a cura del villaggio “Libera università di Alcatraz”.

 

“La permacoltura indica una pianificazione degli spazi in modo sostenibile e comprende silvicoltura, acqua-coltura (fitodepurazione), coltivazione di ortaggi, utilizzo di energie rinnovabili ecc, ecc…, ed è una sapiente miscela di idee nuove e di antica saggezza che si traduce in uno stile di vita “non predatore”. Basata su un’agricoltura durevole e sul massimo di autosufficienza dei consumatori, va controcorrente rispetto alla logica attuale di sviluppo e rispetto a una mentalità corrente nella nostra società, prigioniera di un duplice inganno: la mancanza di tempo e la mancanza di spazio.

Il lavoro in permacoltura si basa essenzialmente su una programmazione logica e pragmatica degli spazi, dei lavori e delle persone, rispettando al massimo il corso naturale delle cose.

La forza della permacoltura sta nella sua capacità di ottenere, con metodi strettamente naturali, risultati migliori di quelli derivanti dall’uso della chimica.”

(http://www.alcatraz.it/redazione/news/show_news_p.php3?NewsID=1427)

 

In questo pensiero si inserisce la tecnica della bioedilizia o architettura bioecologica. Cerchiamo di approfondire il concetto perché riassume in se un variegato ventaglio di tecniche specifiche. Facciamo riferimento innanzitutto alle parole dell’ANAB (Associazione Nazionale Architettura Bioecologica):

 
“L'Architettura Bioecologica costituisce oggi una risposta allo stato di progressivo degrado e distruzione dell'ambiente che ci ospita. L'Architettura Bioecologica non è un settore, una parte in qualche modo specialistica dell'Architettura. In realtà, nella nostra lettura, il suffisso "bio" si riferisce, in modo molto ampio, alla auspicata presenza di "vita" in un architettura, ormai ritenuta per diversi aspetti e da diversi punti di vista e soprattutto in Italia, sempre più morente. Quindi un'Architettura fatta per la vita, un'Architettura in grado di creare "case" e quindi "città" intese come organismi viventi. Il termine "ecologico" rappresenta invece l'esplicitazione della volontà che l'Architettura crei luoghi che sappiano rapportarsi in modo equilibrato con l'ambiente in cui si inseriscono e che necessariamente trasformano.”

(http://www.anab.it/associazione/archbio.php)

 

In nome di questi principi, si pone l’attenzione su tutto ciò che ruota attorno al costruire:

-               Lo scavo, le strutture portanti, i muri, il tetto. Attenzione soprattutto alla stabilità geologica della zona, all’equilibrio delle cariche elettrostatiche del suolo, all’alterazione dei campi elettromagnetici che potrebbero avere gravi conseguenze sul funzionamento cellulare. Il tetto è un elemento chiave, racchiude grandi potenzialità anche nella produzione energetica e nella circolazione delle masse d’aria.

-               I materiali di costruzione, di rivestimento,di rifinitura e isolanti. Si evita l’utilizzo di materiali sintetici che possono liberare sostanze pericolose e tendono a sigillare la casa provocando l’inquinamento interno (accumulo di fumi/sostanze tossiche sulle pareti e nell’aria...). Si prediligono materiali traspiranti che permettono lo scambio di umidità, radiazioni e campi elettromagnetici naturali. Una questione importante è quella dell’isolamento termico, che, se ben curato, oltre a garantire un ottimo equilibrio al sistema domestico, permette di risparmiare sui costi di riscaldamento/condizionamento e sulle conseguenti emissioni inquinanti. Ottimi isolanti bioecologici sono il sughero, la lana di cellulosa, la fibra di cocco, la lana di legno.

-               Il benessere, la temperatura, l’umidità, la luce, l’arredamento. Tutto viene predisposto al fine di una maggiore interazione col l’ambiente esterno e di una minore artificiosità. Ad esempio si sfrutta l’esposizione al sole con l’utilizzo di vetrate o per il riscaldamento dell’acqua; oppure l’arredamento verde… all’interno, ma soprattutto all’esterno, gioca un ruolo importantissimo nelle dinamiche della temperatura, dell’umidità, della luce. Anche piccoli accorgimenti possono innescare grandi differenze. Inoltre, un ruolo importante è giocato dalla gestione delle interazioni tra le varie costruzioni. Una fra tante è la possibilità di convogliare nella casa flussi di aria calda, di alcuni ambienti come la stalla, il pollaio, il laboratorio,ecc…, che altrimenti verrebbero dispersi.

-               Elettricità. L’elettricità è l’energia più utilizzata in campo domestico quindi le attenzioni che le vengono rivolte sono davvero tante. Riguardano il tipo di elettrodomestici utilizzati (basso consumo), i dispositivi che staccano l’alimentazione elettrica nella zona notte al fine di ridurre i campi elettromagnetici, la riduzione degli sprechi, la produzione con “energie alternative e rinnovabili”: solare ed eolico.

 

Gli ecovillaggi condividono e si fanno promotori di tutte queste grandi e piccole scelte. In particolare sono molto attivi nella produzione d’energia tramite fonti rinnovabili che, anche in questo caso, viene approfondita grazie ai corsi. Per brevità cito solo all’esperienza di Torri Superiore nel 2004, ma non è la sola:

 

Energie rinnovabili e auto-costruzione di pannelli solari

con Maria Roos (LIFE Berlin) e Ferruccio Jarach (Eliante)

Un futuro sostenibile chiede leggerezza e vicinanza, sobrietà ed efficienza: raccogliere l'energia dove è disponibile naturalmente significa rafforzare la sensazione di essere parte del ciclo della vita, e ridurre i costi energetici, ambientali e lavorativi connessi con il trasporto dell'energia da un luogo all'altro. La prima parte del corso è finalizzata all'osservazione ed all'ascolto dei flussi di naturali di energia (del sole, del vento, dell'acqua, delle piante) che attraversano il nostro pianeta, per capire come catturarne una parte ed utilizzarla all'interno di un territorio. La seconda parte è un laboratorio per l'auto-costruzione di pannelli solari termici da integrare nei sistemi domestici di produzione di acqua calda.”

(http://www.torri-superiore.org/italiano/index.html, Corsi 2004)

 

Nel brano precedente si fa riferimento alla costruzione di pannelli solari termici

(produzione acqua calda) mentre, in altri casi, ci si occupa di quelli fotovoltaici (produzione di energia elettrica).

Passiamo ora a parlare dell’acqua, anch’essa al centro degli odierni problemi d’inquinamento e di scarsità. Negli ecovillaggi vengono adottate soluzioni di prevenzione, ad esempio nella scelta dei detergenti:

 

“Dalla legna ricaviamo la cenere, con cui facciamo la lisciva: acqua di cenere; un liquido lievemente alcalino, come una blanda soluzione di soda, che invece è una soluzione di potassa per poter lavare pavimenti, panni, eccetera. Per ricavare la lisciva basta setacciare la cenere, versarci sopra grosse quantità di acqua bollente e raccogliere il liquido che filtra.”[13]

 

Oppure soluzioni alternative di depurazione come la fitodepurazione.

 

“I sistemi di trattamento di acque inquinante mediante aree umide artificiali, nel nostro paese comunemente definiti impianti di "fitodepurazione", sono sistemi ingegnerizzati che sono stati progettati e costruiti per riprodurre i naturali processi autodepurativi in un ambiente maggiormente controllabile. 

La prima esperienza di questo tipo risale al 1952, anno in cui Seidel iniziò una serie di sperimentazioni al Max Planck Institute di Plon (Seidel 1955). Ci sono voluti circa venti anni di ricerche per arrivare nel 1977 al primo impianto di fitodepurazione in scala reale, costruito a Othfresen in Germania per il trattamento dei reflui urbani (Kickuth 1977). [...]

E’ importante ricordare che nell’applicazione della Legge n. 36 del 5 gennaio 1994 al fine di garantire una buona qualità dei servizi erogati, l’Autorità di Ambito Territoriale Ottimale, oltre a tenere presente parametri quali la qualità delle acque potabili, il grado di copertura del servizio, le riduzioni delle perdite, l’efficienza degli impianti di trattamento, le tariffe, è necessario operi in un’ottica di tutela della risorsa idrica in modo che gli equilibri idrologici e degli ecosistemi acquatici non siano danneggiati.

Infatti fra i principi generali della suddetta legge si sottolineano concetti come: "qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative ed i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale" (art. 1, comma 2) e "gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse per non pregiudicarne il patrimonio idrico, la vivibilità dell’ambiente, l’agricoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri idrologici" (art. 1, comma 3).

In quest’ottica i sistemi di depurazione naturale, sia per il trattamento secondario che terziario (finissaggio) dei reflui, rappresentano delle valide soluzioni impiantistiche capaci, attraverso una gestione semplice e poco onerosa, di ottime rese depurative (soprattutto per parametri quali COD, BOD5, solidi sospesi e sedimentabili e Azoto) con impatto ambientale e consumo energetico nettamente ridotti rispetto ad altri sistemi depurativi.”

(http://www.iridra.com/cw/fitodep/fitodepu.htm)

 

Risulta evidente, soprattutto in questi ultimi due campi (elettrico e dell’acqua), che la diffusione di microimpianti (come nel caso degli ecovillaggi) presenta molti vantaggi rispetto ad una gestione centralizzata. Si evita la costruzione di specifiche centrali solari o eoliche, che presentano un impatto paesaggistico molto negativo; si riducono i costi delle reti distributive (anch’esse di forte impatto paesaggistico ed ambientale); si controlla maggiormente la circolazione di acque sporche e la diffusione degli inquinanti nel suolo…

 

Passiamo ora a parlare delle tecniche agricole. Innanzitutto va detto che l’agricoltura è al centro delle pratiche di sostentamento della maggior parte degli ecovillaggi. Essa è inoltre il primo canale di riconnessione all’ambiente naturale. Fondamentale è la ricerca di un riequilibrio di questo rapporto: l’agricoltura, l’attività in cui l’uomo, rapportandosi alla terra e al mistero della vita, riceve il necessario per provvedere al proprio sostentamento, è sempre stato il settore di produzione primario. Oggi in moltissime regioni del pianeta non è più così, l’uomo ha ribaltato le dinamiche: l’agricoltura non è più un settore di produzione, ma è sempre più un settore di consumo: vi si impiegano smisurate energie e risorse, non è più il settore centrale, ma è asservita all’industria chimica, scientifica, energetica, meccanica, ecc…, che deve vendere i propri prodotti “innovativi”. E’ sotto gli occhi di tutti e i problemi aumentano invece che diminuire… Fukuoka ne parla molto chiaramente, è evidente che qualcosa non sta girando in modo corretto.    

Il filone della permacultura, che sostiene la necessità di ristabilire gli equilibri originari, è alla base anche delle pratiche agricole “più che biologiche”: agricoltura naturale (Fukuoka) e agricoltura sinergica.

 

“L’agricoltura sinergica è l’azione simultanea di elementi combinati, in cui le diverse componenti interagiscono per realizzare una singola funzione, allo scopo di ottenere l’autofertilità del suolo tramite la coltivazione di ortaggi e cereali; e proprio la produzione di più energia di quanta non se ne consumi è il grande principio di un orto sinergico. Ispirandosi ai principi dell’agricoltura naturale dell’agronomo giapponese M. Fukuoka, Emilia si è dedicata all’applicazione di questi ultimi in climi mediterranei e ormai da molti anni pratica ed insegna questo sistema.”

(http://www.alcatraz.it/redazione/news/show_news_p.php3?NewsID=1427)

 

Dall’agricoltura sinergica derivano poi le pratiche di alimentazione naturale: seguono anch’esse i ritmi delle stagioni e non ricorrono ad elementi chimici esterni. E’ il caso del pane fatto in casa tramite la lievitazione naturale. Stiamo sconfinando nelle tecniche e nei segreti “della nonna”? Forse sì, ma la genuinità e l’efficacia sono spesso sbalorditive.

A volte mi chiedo come sia stato possibile che accorgimenti simili siano stati totalmente abbandonati… quel pane lì dovreste proprio provarlo.

 

Infine, ma di fondamentale importanza, qualche parola sull’economia. La situazione economica degli ecovillaggi, quando ben organizzati riguardo alle altre dimensioni (socio-politica, spirituale…), non è generalmente un problema. Spesso, senza l’inutile fanatismo di bastare a se stessi, alcuni membri dell’ecovillaggio lavorano esternamente svolgendo le professioni più comuni. Ad esempio sono insegnanti, operai o artigiani nel territorio limitrofo, questo per gli ecovillaggi medio-piccoli. Gli ecovillaggi grandi, invece, offrono svariati posti di lavoro di questo tipo anche all’interno, perché sono dotati di scuole e laboratori propri. Tutte le attività dell’ecovillaggio, quando eccedono la domanda interna, sono anch’esse occasione di introiti. Ciò vale davvero per qualsiasi cosa: dalle produzioni artistico-artigianali ai corsi di formazione precedentemente citati, dai prodotti della terra alla ricettività (agri)turistica. A livello micro un progetto molto valido è quello dell’educazione ambientale delle scolaresche, svolto in collaborazione con le varie amministrazioni comunali.

Altre collaborazioni si hanno con le Regioni, il Governo e l’Unione Europea; inoltre ci sono i partners non governativi (Legambiente, associazioni di volontariato, Gaia Trust…) che contribuiscono sia col denaro che col proprio lavoro.

 

“In June 2001 GEN-Europe received a grant from the European Commission Directorate General of Environment amounting to 72.000 Euros. [...] This recognition is a great incentive to go on with our activities and keep on developing a common dream for the ecovillages and the Planet.”

“Il GEN europeo, ha ricevuto un supporto finanziario di 72000 euro dalla Commissione Europea, Direzione Generale Ambiente, per l’anno 2001/2002.[...] Questo riconoscimento è un grande incentivo a proseguire con le nostre attività e continuare ad implementare il sogno comune per gli ecovillaggi e il Pianeta.”

         (http://gen.ecovillage.org/about/history/2002/history03.html)

 

Inoltre, negli ecovillaggi più grandi, come Findhorn (Scozia) o Damanhur (Piemonte), è interessante l’esempio dell’economia sostenibile integrata, gestita grazie alla creazione di una moneta locale.

        

“[...] e allora scopri che dietro il pensiero astratto esiste un’economia molto concreta che ha rivitalizzato un pezzo di montagne della Valchiusella, spopolate dalla crisi di Fiat e Olivetti, e ha coinvolto in un circuito virtuoso anche chi non è interessato ai percorsi di risveglio dell’uomo ma vuole semplicemente risparmiare acquistando prodotti equi, biologici e ogm-free garantiti. Arrivando in una comunità, dopo le presentazioni di rito, una macchinetta cambiamonete ti mette in mano lo strumento privilegiato di questa economia: il “Credito”, la valuta alternativa sviluppata dai damanhuriani alla fine degli anni ’70, e che oggi attraverso vari passaggi è agganciata all’Euro con l’equivalenza di 1 a 1. All’inizio era solo un accordo tra i membri della comunità, [...] i Crediti venivano usati come buoni di scambio a circolazione interna, una specie di banca del tempo dove i servizi venivano pagati con i Crediti, e i Crediti permettevano di ottenere servizi. Poi il credito è diventata una vera e propria moneta, che viene accettata da distributori, negozi e fornitori. [...]

- In questa visione dell’economia “a misura d’uomo” - prosegue Lepre - il Credito ci permette di rendere immediatamente visibili i negozi che si rispecchiano in certi valori e in un certo modo di intendere i rapporti commerciali. Oggi sono circa duemila le persone che aderiscono al circuito del Credito, caratterizzato da una bassissima emissione e da un’alta circolazione di moneta. Grazie al Credito siamo riusciti a dare buon impulso all’economia locale, e oggi questa zona si sta ripopolando.”[14]


Capitolo 3

Alle radici del movimento

 

 

“Una sfida vitale per i movimenti di cambiamento sociale di oggi,

quella di una trasformazione delle motivazioni:

 dal “ lavorare contro” al “lavorare per” dove:

a lungo termine i risultati sono molto diversi,

anche se le attività esterne appaiono virtualmente identiche.”

Jackson H.- Svensson K.(in “Ecovillage Living”)

 

 

Un capitolo spartiacque, breve ma fondamentale, perché, passando dal generale al particolare, si abbia la piena consapevolezza che anche l’ecovillaggio è figlio della Storia.

In essa pone radici solide, in essa vive.

 

Il movimento degli ecovillaggi nasce come network mondiale nel 1995, ma

 

“affonda le sue radici in esperienze antecedenti, provenienti dal variegato mondo della cultura alternativa e New Age”[15]

 

“Who were the first "ecovillages"? It is a difficult question because many of the current members of GEN were founded before this word existed.”

“Chi furono i primi ecovillaggi? Questa è una domanda difficile perché molti degli attuali membri del GEN nacquero prima che questa parola (ecovillaggi) esistesse.”

(http://gen.ecovillage.org/about/index.html,

History, The History of GEN, 1990-1995)

 

Olivares, che vanta una buona esperienza di viaggiatore sul campo, esprime così il fenomeno:

 

“Oggi le comunità alternative, quando non sono di matrice espressamente religiosa – sorte attorno al messaggio di un maestro spirituale o di una religione vera e propria – tendono a definirsi “ecovillaggi”.”[16]

Come emerge chiaramente, gli ecovillaggi non sono realtà che spuntano dal nulla, da una base di puro pensiero, da una nuova idea illuminante, ma si inseriscono in un continuum proveniente da molto lontano. La necessità di identificarsi in questo nuovo termine è però molto significativa, basti pensare che le caratteristiche peculiari del mondo comunitario degli anni ’60-’70 erano quelle di

 

“non organizzarsi, in una sorta di rifiuto ideologico di ogni tentativo di “istituzionalizzazione” e del “mito” della assoluta spontaneità e libertà delle varie esperienze, sempre molto instabili e fluide.”[17]

 

Un’indagine storica ben condotta, ci farebbe scoprire che l’idea comunitaria è esistita fin dai tempi antichi. Pensiamo ad esempio all’antica organizzazione in tribù o alle parole del celeberrimo Tönnies:

 

“La comunità è antica, mentre la società è nuova, come cosa e come nome”[18]

 

Oltre le esperienze originarie (tribù…), con l’emergere delle società, le comunità diventano realtà “alternative”: non è un caso che vengano spesso e volentieri raccolte sotto l’ombrello di “controcultura”. Anche in questa fattispecie, comunque, le radici affondano lontano. Olivares presenta un bellissimo percorso storico partendo addirittura dagli Esseni (risalenti al II secolo a.C.). Si passa poi ai Dolciniani e agli Anabattisti (dal 1300 circa); si incontrano i Diggers (dal XVII sec. in avanti); il comunitarismo americano dell’800, rappresentato da un panorama molto variegato, di cui oggigiorno resistono gli Amish, i Mennoniti, gli Utteriti, ecc…; il modello non-violento basato sui villaggi di Gandhi e Vinoba (suo successore); si arriva alla più recente beat-generation sospesa tra anti-familismo e proto-ecologia; infine l’odierna new age. Da ricordare anche le grandi teorizzazioni comunitarie trasversali agli anni dal 1750 ad oggi: antistatalismo, utopia e anarchia.

Questo è molto sinteticamente l’albero genealogico degli ecovillaggi: si tratta di esperienze che, in mille modi diversi, hanno sviluppato in concreto forme di vita comunitaria. Molte sono fiorenti ancora oggi (tra amish, mennoniti e utteriti il dato del 1997 parlava di circa 972000 individui[19]), altre hanno una precarietà “genetica”, tante sono fallite, insostenibili o sgomberate. Spesso il cavallo di battaglia era ed è “boicottare la corruzione del consumismo e l’arroganza della tecnologia”, ma il fenomeno del “comunitarismo” non è solo questo, è molto più variegato: vi si ritrovano esperienze fortemente religiose, additate spesso come “settarie”; realtà basate su grandi ideologie (politiche, economiche…); forme senza limiti di ricerca dell’interiorità più profonda della persona. Il sesso e le droghe libere sono ormai il cliché della “comune”, ma ciò è solo un puntino nello sconfinato oceano del “comunitarismo”.

Analisi più specifiche e diffuse rispetto a quelle odierne porterebbero alla luce riflessioni molto curiose, stimolanti e utilissime. Infatti, quanto di ciò che è emerso in questa presentazione ci era già noto? Eppure il mio lavoro non è nulla di particolarmente approfondito. E’ evidente che l’argomento resta marginale ai grandi temi di studio, ma, proprio per questo, il suo potenziale educativo è ancora per lo più sepolto, come un tesoro sconosciuto. Sta a noi scoprirlo! Fortunatamente qualcuno lo sta già facendo e, guarda caso, sono proprio gli ecovillaggi.

Potremmo sbilanciarci nel definirli un’avanguardia perché, vagliando tutto nel laboratorio della sostenibilità, passano immediatamente alla sperimentazione concreta.   

Alcuni tratti innovativi sono ben espressi da Consalvo:

 

“Il movimento attuale presenta una volontà specifica di farsi conoscere all’esterno, di “pubblicizzarsi” in una dimensione di apertura e di collaborazione, estranea al precedente movimento, caratterizzato in questo senso più da una volontà di “marginalità” e chiusura in una cornice conflittuale con l’esterno. La cura rivolta alla comunicazione sia internamente sia esternamente, risponde anche alla concezione di reti comunicative, come flussi circolatori e di scambi, in una visione etica di unità e interdipendenza ispirata dalla stessa concezione New Age. [...]

La volontà di diffondere un “preciso messaggio” quindi, contrassegna una specifica istanza “pedagogica” rivolta verso l’esterno, unita ad un forte senso di missione e di responsabilità verso il pianeta. L’etica e il linguaggio della responsabilità, è infatti un elemento cardine nel modo stesso di presentarsi del movimento.

L’apertura verso l’esterno è anche rivolta alla ricerca di una concreta collaborazione, indicata come uno degli obiettivi stessi della rete, con gli ambiti e governi istituzionali: una ricerca di visibilità e legittimazione istituzionale, che il linguaggio della sostenibilità, come linguaggio comune di mediazione, favorisce e rende possibile. Questo aspetto, è a mio avviso uno degli elementi di maggior maturità del movimento attuale. Rispetto al linguaggio che caratterizza il movimento controculturale, è assente, in linea anche con una concezione olistica che afferma il principio dell’integrazione, la logica dicotomica o oppositiva tra un “noi/loro” [...].”[20]

 

Sembra proprio che di diversità ce ne siano, che dalle radici del movimento sia spuntato un albero vitale, rigoglioso, coloratissimo e sempre più in armonia con l’ambiente che lo circonda…

L’idea dell’imminente seconda parte, è quella di gustarne un po’ qualche frutto.

 

 

 

 

 

 


Capitolo 4

La Rete Italiana Villaggi Ecologici

 

 

“Chi desidera farci visita, per una migliore conoscenza, sarà benvenuto.”

La comune di Bagnaia

 

 

4.1 - Cos’è la RIVE?

 

RIVE è l’acronimo di Rete Italiana Villaggi Ecologici (“villaggi ecologici” equivale a “ecovillaggi”).

Questa rete è nata nel Dicembre 1996 ad Alessano (Lecce), in occasione del convegno "Ecovillaggi: una soluzione per il futuro del pianeta?" organizzata dall’Amministrazione Comunale di Alessano e dal Centro Studi Cosmòs di Milano.

 

“Aderisce al GEN che collega fra loro le esperienze più significative di insediamenti umani sostenibili in tutto il mondo; aderisce anche al CONACREIS che segue al parlamento la legge sulle ONLUS.”[21]

 

Come già emerso nel terzo capitolo, la Rete non spunta come un fungo in occasione dell’incontro di Alessano, ma germina dall’unione di realtà preesistenti e già consolidate sul territorio.

La principale finestra sul mondo è il sito internet www.sostenibile.org/rive; altro canale importante è il mensile “Aam Terra Nuova” che, grazie alla sua lunga esperienza (più di 25 anni), offre sia il supporto cartaceo che quello web (www.aamterranuova.it), svolge il ruolo di segreteria e ben presto anche quello di sede legale (quando la RIVE diventerà un’associazione).

On-line troviamo innanzitutto una pagina di autopresentazione.

 

“- La RIVE è la Rete Italiana dei Villaggi Ecologici.
 - E' lo strumento per tenere in contatto le tante eterogenee realtà degli

ecovillaggi che sono sparse sul territorio italiano e per agevolarne la nascita di nuove.
 - E' un esperimento di collaborazione fra soggetti diversi.
 - La RIVE si riunisce due volte l'anno con un incontro invernale

  "ristretto" ed uno estivo "aperto" ”                               

(http://www.sostenibile.org/rive/cosa.html)

 

Un’altra pagina fondamentale, sintetica, e proprio per questo molto ricca ed espressiva, è quella inerente la “visione” e la “missione”. Vengono riprese alcune righe che ho già citato singolarmente, ma la versione integrale permette di cogliere qualche sfumatura in più.   

 

“Visione

Immaginiamo un mondo di trasparenza, di fiducia e di armonia.
Un mondo di comunità che abbiano cura della Terra, degli uomini, e che sappiano condividere.

La Rive è aperta a tutti quelli che si riconoscono in questa visione.
E' nell'abbraccio delle diverse culture che l'atto creativo diventa armonico con la Terra, dando respiro alle nostre voci come cellula di questo grande organismo che naturalmente rispetta ogni forma di vita.

 

Missione

La Rete Italiane dei Villaggi Ecologici [...] ritiene che le esperienze di vita comunitaria siano dei veri e propri laboratori di sperimentazione sociale ed educativa per un mondo migliore.

·                    Riconosce come base etica del proprio operare l'equità sociale fondata sull'armonia spirituale, economica ed ecologica.

·                    Favorisce la diffusione delle esperienze di comunità ed ecovillaggi già esistenti ed il sostegno dei progetti in formazione.

·                    Sostiene e collabora con tutte le realtà che lavorano per una cultura di pace, reciproca accettazione, rispetto delle diversità e solidarietà.”

(http://www.sostenibile.org/rive/missione.html)

 

Tutti questi “grandi orizzonti” vengono poi sviluppati in concreto in ogni singolo ecovillaggio e negli incontri di tutta la rete. Il più recente di questi incontri, avvenuto in forma “aperta ai non appartenenti alla rete”, si è svolto dal 23 al 25 Luglio 2004. Nel corso di questi tre giorni (ai quali ho avuto la fortuna di partecipare) si sono presentati gli ecovillaggi già esistenti, i progetti in corso, i gruppi e i singoli interessati a realizzarne ex-novo.


4.2 - La necessità di uno statuto

 

Durante la mattinata di Domenica 25 è stato possibile assistere all’elaborazione del futuro statuto della RIVE; i lavori sono in corso da circa un anno e mezzo al fine di costituirsi “associazione”. Lo statuto non è ancora stato approvato come definitivo, ma, visti i consensi ottenuti, l’attuale bozza dovrebbe restare pressoché invariata. Essa si compone di 17 articoli ed è quindi abbastanza consistente. In questa sede riporto solo alcuni brevi estratti, che ci permettono, però, di delineare l’ossatura della Rete:

 

“L’Associazione è senza fine di lucro, è apartitica, aconfessionale e persegue finalità di solidarietà e promozione sociale con modalità ispirate a principi di democraticità ed uguaglianza. [...]

Possono far parte di RIVE tutti coloro i quali, persone fisiche o giuridiche, condividendo le finalità del presente Statuto, intendono partecipare alle attività organizzate dall’associazione per il raggiungimento delle stesse. Pur esistendo varie categorie di associati si garantisce una disciplina uniforme del rapporto associativo, non incidendo esse sui diritti dei soci.

 

Sono organi dell’Associazione:

1.                 l’Assemblea dei Soci (Il Cerchio)

2.                 il Consiglio Direttivo (Consiglio degli Anziani)

3.                 il Presidente

 

1.       L’Assemblea è l’organo sovrano e rappresentativo della volontà dei soci. Hanno diritto di partecipare all’assemblea, sia ordinaria che straordinaria, tutti i soci che sono in pari con il versamento della quota annua di adesione. Non sono ammesse deleghe.

 

L’assemblea ordinaria:

-                    approva il bilancio consuntivo e il bilancio preventivo;

-                    procede alla nomina delle cariche sociali, cioè del Consiglio Direttivo

e del Presidente e delibera sull’eventuale ammontare degli

emolumenti sociali;

-                    approva i regolamenti che si riterranno necessari;

-                    delibera sugli indirizzi di gestione e approva i programmi delle attività;

-                    delibera sulle responsabilità degli organi sociali;

-                    delibera su tutti gli altri oggetti attinenti alla gestione sociale

sottoposti al suo esame dal Consiglio Direttivo e dai soci.

2.       Il Consiglio Direttivo è composto da un numero dispari di membri da un minimo di tre fino ad un massimo di sette.

Il Consiglio Direttivo è eletto dall’assemblea dei soci e dura in carica 2 anni.

Il Consiglio Direttivo è presieduto dal presidente o in sua assenza o impedimento dal consigliere più anziano.

Il Consiglio Direttivo è validamente costituito con la presenza della maggioranza dei suoi membri.

Spetta al Consiglio Direttivo, in conformità alle decisioni e alle linee programmatiche dell’Assemblea, provvedere all’amministrazione ordinaria e straordinaria dell’Associazione e prendere decisione utile e necessaria per raggiungere le finalità di cui all’articolo (Riferito all’art.2 – Finalità – sopra riportato in parte ).

 

3.       Al presidente compete la rappresentanza dell’Associazione di fronte a terzi ed in giudizio. Il Presidente ha potere di rappresentanza, congiunta con il Tesoriere. Può firmare in nome dell’Associazione, stipulare contratti, sottoscrivere convenzioni, riscuotere da pubbliche amministrazioni e privati pagamenti di ogni natura e a qualsiasi titolo rilasciando quietanze liberatorie e può compiere ogni altro atto in nome e per conto dell’associazione.”

(bozza dello statuto della RIVE)

 

Durante i lavori di domenica 25 luglio 2004 si è discusso soprattutto su alcuni nodi di incompatibilità con la Legge italiana. Il più spinoso è quello riguardante il termine/concetto di “consenso”: esso non è previsto dalla nostra Legge, la quale considera solo l’unanimità. La RIVE però identifica delle differenze sostanziali nel significato dei due vocaboli (come analizzato nel capitolo 2) e non vuole rinunciare al “consenso”; si è giunti così alla dicitura “consenso unanime”. L’idea è quella che il “consenso unanime” caratterizzi tutte le decisioni prese dai vari organi. E’ evidente però, visto il gran numero dei membri, che con questo metodo l’Assemblea dei Soci possa incontrare non poche difficoltà nel giungere alle decisioni. A tal proposito è previsto che in terza istanza si scenda ad una maggioranza qualificata dei ¾ dei presenti. E’ chiara inoltre la necessità di fissare anche un quorum di partecipazione, affinché la convocazione dell’Assemblea sia valida.

Il Consiglio Direttivo invece deve raggiungere le decisioni per forza attraverso il “consenso unanime”.

Dopo esserci inseriti un po’ nelle dinamiche della RIVE, è tempo di qualcosa di davvero speciale e sicuramente molto atteso: visitare qualche singolo ecovillaggio in maniera più specifica e concreta.

Non sarà possibile approfondire l’analisi di tutti i soci, sia per questioni di reperibilità del materiale, sia per questioni inerenti le caratteristiche di questo elaborato: l’obiettivo primario resta quello di presentare il cuore che batte sotto l’etichetta “ecovillaggio”. Non è mio scopo fornire una guida dettagliata delle esperienze italiane e mondiali. 

 

 

4.3 - Gli ecovillaggi esistono davvero? Dove? Quanti? Quali?…

 

Oltre alle tante questioni fin qui trattate, le domande immancabili che mi vengono sempre rivolte parlando di ecovillaggi sono: - Ma esistono davvero? Ci sono in Italia? Dove? Quanti? Quali?… -

Ciò non è poi così strano, le esperienze comunitarie sono tutt’oggi un fenomeno di nicchia e quindi sconosciuto ai più. Recentemente nel nostro paese si stanno diffondendo e stanno acquistando visibilità soprattutto le “case famiglia” o “comunità famiglia”, per lo più con impostazione religiosa cristiana incentrata sulla solidarietà, la comunione e l’accoglienza. Occasionalmente incontro qualcuno che conosce la tal esperienza, ma solo quella, magari perché è famosa (a chi è sconosciuta la comunità di Villapizzone a Milano? Nomadelfia in Toscana?), oppure perché vi abitano parenti o amici, o addirittura perché “ne ho sentito parlare”. Ecco che si sfuma sempre più dalla realtà all’immaginario.

Anche riguardo la RIVE, l’esperienza è ancora troppo giovane e ristretta perché se ne abbia una conoscenza chiara circa l’esistenza e l’allocazione. A tal fine lo strumento primario è la mappa geografica. Essa è posta in primo piano anche nel sito internet perché permette di acquisire istantaneamente parecchi punti di riferimento.


(http://www.sostenibile.org/rive/elenco.html)

 

La concentrazione delle esperienze nella fascia appenninica del centro-nord non passa certo inosservata; ciò da’ adito ad una pluralità di considerazioni.

Innanzitutto si tratta di zone da sempre maggiormente votate alla ruralità e alla sua valorizzazione: il prodotto tipico agricolo è il biglietto da visita immancabile per qualsiasi turista di Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche, Umbria, parte del Lazio. Questa sensibilità nella società e nelle amministrazioni locali è sicuramente un terreno fertile per la creazione di nuovi ecovillaggi, progetti e collaborazioni. Altro fattore importante è la disponibilità di spazi, spesso in disuso o abbandonati durante le guerre di inizio XX secolo. Molti ecovillaggi sorgono per l’appunto dove ci sono strutture preesistenti in stato di degrado: è una ghiotta opportunità che viene sfruttata al meglio riqualificando sia le costruzioni che l’intero ambiente circostante. Ulteriore elemento di localizzazione accentrata è la presenza in questa fascia territoriale di alcune esperienze di riferimento, che sono state anche all’origine della nascita della Rete… pensiamo alle esperienze di Bagnaia, di Torri Superiore e del popolo degli Elfi.

 

Soci fondatori Rive

Nome Ecovillaggio

Regione

Sito Web

Azienda Agricola Acquasanta

Umbria

 

Archeus

Veneto

 

La comune di Bagnaia

Toscana

 

Basilico

Toscana

 

Crespina

Toscana

 

il Popolo degli Elfi

Toscana

 

Emera

Toscana

www.emera.it

Inspira

Toscana

 

Torri Superiore

Liguria

www.torri-superiore.org

Upacchi

Toscana

 

Utopiaggia

Umbria

 

ValNure

Emilia Romagna

www.slidingpictures.com/aal

Villaggio Ecologico Solidale

Marche

www.sostenibile.org

 

Soci Sostenitori Rive

Nome Ecovillaggio

Regione

Sito Web

Alcatraz

Umbria

www.alcatraz.it

A.L.I.A.S.

Lazio

 

Associazione Comunità e Famiglia

Lombardia

www.acieffe.org

Cavalieri del Sole

Umbria

 

Comunità di Etica Vivente "Valle del Sole"

Umbria

 

Lumen

Emilia Romagna

www.naturopatia.org/

Villaggio Verde

Piemonte

www.villaggioverde.org

Soci Rive

Nome Ecovillaggio

Regione

Sito Web

Casa Cares

Toscana

 

Oasi del Carrubo (di Oele)

Sicilia

www.oasioele.org

Villaggio Gaio

Abruzzo

 

Mogliazze

Emilia Romagna

www.mogliazze.it

 

Progetti in corso

Nome Ecovillaggio

Regione

Sito Web

A.L.I.A.S.

Lazio

 

Amusa

Emilia Romagna

 

Archeus

Veneto

 

Baita Paiei

Piemonte

www.baitapaiei.it

Basilico

Toscana

www.associazionebasilico.it 

Crespina

Toscana

 

Findhorn Fractals

-

www.findhorn-fractals.org

L'Isola che c'è

-

 

Nagual

Toscana

www.centronagual.it

Paea / Solaria

Emilia Romagna

www.paea.it

ValNure

Emilia Romagna

www.slidingpictures.com/aal

Venezia Mestre

Veneto

 

Villaggio Ecologico Solidale

Marche

www.sostenibile.org

Villaggi Verdi

Liguria

www.villaggiverdi.it

(tutte le tabelle sono tratte da: http://www.sostenibile.org/rive/elenco.html)

 

Guardando attentamente le tabelle, si può notare che alcuni dei nominativi si ripetono identici sia in una tabella riguardante i soci che in quest’ultima “progetti in corso”. Non si tratta di un errore grafico: alcuni ecovillaggi già esistenti stanno sostenendo la nascita di nuovi nuclei abitativi, per questa ragione dietro lo stesso nome si raggruppano due o più realtà. Questo è il caso anche dell’Associazione Comunità e Famiglia che è presente in Lombardia con più di dieci realtà abitative distinte ed è in continua espansione.

 

Per quanto riguarda il territorio italiano, è bene concludere con una breve rassegna di quelle esperienze di vita sostenibile che non appartengono alla Rete.

Nella medesima pagina web troviamo anche l’elenco seguente.

 

Altri EcoVillaggi, Comunità, Case Aperte, Esperienze di vita Sostenibile in Italia

Nome Ecovillaggio

Regione

Sito Web

Ananda Assisi

Umbria

www.ananda.it

Bhule Baba

Puglia

 

Cà Favale – Associazione Anarres

Liguria

 

Calcata

Lazio

www.vegetus.net/calcata

Cooperativa di Bordo

Piemonte

 

Cupramontana

Marche

 

Damanhur

Piemonte

www.damanhur.org

Granara

Emilia Romagna

www.alekos.org/granara/

Osho Misto

Toscana

www.oshomiasto.it

KanBio

Piemonte

 

Palombara

Marche

 

Pratale

Umbria

 

Urupia

Puglia

 

Valpisa

Emilia Romagna

www.starsymbol.it

Villaggio del Sole

Piemonte

www.assonatura.it

 

 

Le esperienze raggruppate in questo elenco, non hanno un meno rispetto a quelle appartenenti alla Rete, semplicemente non vi appartengono. I canali di comunicazione e di scambio con la Rete, però, sono più che aperti: ci si influenza reciprocamente in una spirale di crescita e miglioramento continuo.

Alcune di queste realtà, infatti, hanno partecipato alla RIVE negli anni passati, ora sono uscite, magari in futuro vi rientreranno.

E’ il caso della Fondazione Bhule Baba (Cisternino – Brindisi) e di Damanhur (vicino a Ivrea) dove rispettivamente nel 1997 e nel 2002 si è svolto un incontro della RIVE. Oggi queste due esperienze non fanno più parte della Rete.

 


4.4 - Un viaggio di continuo stupore

 

Visitare di persona gli ecovillaggi non è cosa semplice. Si tratta di un’avventura che richiede di giocarsi interamente, di lasciarsi interrogare e spesso anche destabilizzare. Tantissime situazioni ci appaiono nuove e a volte addirittura inconcepibili, oppure viceversa geniali e da comunicare subito al mondo intero…

Eppure non c’è una regola, ogni nucleo ha le sue particolarità, è sempre una scoperta nuova e un rimettersi in discussione.

Che immensità si cela nell’incontro con il diverso!

E’ niente più, niente meno, del “cammin di nostra vita”: lo si compie solo accettando le fatiche e gli sforzi che man mano ci si presentano. E solo così, passo dopo passo, ci si accorge di averne assaporato appieno tutte le bellezze.

 

“Gli ecovillaggi (e ogni uomo) si formano a seconda delle caratteristiche culturali e geografiche delle bio-regioni di appartenenza”

(http://www.gen-europe.org/about_us/italian/what_is_ev.html)

 

La comune di Bagnaia

La Comune di Bagnaia nasce nel 1979.

Ha come scopo la condivisione delle risorse umane ed economiche e la sperimentazione di una vita di gruppo che prevede la comprensione, il rispetto reciproco e la collaborazione.

Si basa sul  principio di equità dei diritti e dei doveri.

La proprietà è collettiva ed indivisa. Dal 2001 ha costituito una associazione ONLUS come riconoscimento legale della comune.

Il gruppo, al momento attuale (2004), è composto da venti  persone da 3 a 63 anni. Si riuniscono ogni settimana e prendono le decisioni con il metodo del consenso. Condividono momenti di confronto, la quotidianità e non mancano certo occasioni di festa e allegria.

Ogni partecipante sceglie il proprio lavoro, che può essere collocato sia all’interno (artigianale o agricolo) sia all’esterno, a seconda dei propri desideri e delle proprie competenze.

La struttura abitativa e aziendale è situata ai margini di un piccolo borgo in collina, a 12 km da Siena , per cui c’è la possibilità sia di godere della quiete della campagna che di partecipare alla vita del paese e della città. L’impegno è rivolto ad attività di vario tipo: sociali, politiche, ambientali, pacifiste e si promuovono iniziative artistiche e culturali aperte agli amici e ai vicini.

L’abitazione è un antico fabbricato rurale in parte ristrutturato per le particolari esigenze della comune. Ogni membro ha la sua camera, quindi le coppie hanno due camere, mentre gli altri spazi sono collettivi.

L’azienda agricola è gestita legalmente dalla Cooperativa La comune di Bagnaia, che dal 1990 si impegna a seguire la normativa e le tecniche dell’agricoltura biologica; comprende 50 ettari di bosco ceduo, da cui si ricava legna da ardere e 30 ettari di coltivato a olivi, vigneto, cereali, orto e foraggi. Si allevano mucche da latte e vitelli, maiali, animali da cortile e api. Molti prodotti vengono direttamente consumati dalla comune, i restanti vengono venduti a vicini e amici.

La comune di Bagnaia fa parte di varie associazioni, fra cui:

RIVE (Rete Italiana dei Villaggi Ecologici)

GEN-Europa (Global Ecovillage Network)

AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica)

WWOOF (Willing Workers On Organic Farms).

Si offre ospitalità a persone interessate alla vita comunitaria o all’agricoltura biologica in  cambio di aiuto nei lavori.[22]

 

Torri Superiore

Torri Superiore é situata a 80 m. d'altitudine, a 10 chilometri dal mare, ai piedi delle Alpi liguri. Nel 1989, l’Associazione Culturale Torri Superiore  ha avviato il progetto di recupero della totalità del paese per farlo diventare un ecovillaggio e la sede di una comunità permanente. L´Associazione é proprietaria del 50% del borgo, che verrà adibito a centro culturale con circa 20 posti-letto, una cucina comunitaria, servizi igienici centralizzati (con acqua calda solare), sale da pranzo, terrazze, sale per incontri e seminari, magazzini e cantine. L'altra parte del paese é di proprietà privata ed é distribuita in 15 unità abitative appartenenti ai singoli soci. Dal 1997, sono stati già restaurati sette appartamenti per i residenti, ed altri alloggi sono in corso di restauro. I residenti curano le attività culturali e sociali realizzate a Torri e seguono l´andamento dei cantieri per il recupero degli edifici recupero.

L´Associazione Culturale é una organizzazione senza fini di lucro con una trentina di soci, e si basa sui principi di sostenibilità, cooperazione e rispetto dell’ambiente. Non ha posizioni ideologiche o politiche, ed ogni membro del gruppo é libero di seguire le proprie inclinazioni personali. Le decisioni sulla gestione complessiva del Progetto Torri vengono prese dall’Assemblea degli associati che ha luogo due volte all’anno, ad aprile e a novembre. Il Consiglio Direttivo si riunisce di norma ogni due o tre mesi. Durante l´estate Torri si popola di molti visitatori interessati alla vita comunitaria e alle tematiche ambientali, tra cui i gruppi del volontariato internazionale con Legambiente.

 

Una delle attività più interessanti di Torri, fonte anche di buoni introiti economici, è costituita dai “corsi per la creazione di un mondo diverso”. Essi riguardano svariate tematiche, nel 2004 sono stati proposti i seguenti:

-         Facilitazione e consenso

-         Energie rinnovabili e autocostruzione di pannelli solari

-         Creazione di ecovillaggi

-         Progettazione in permacultura[23]

 

Abbiamo visitato due ecovillaggi famosi e storici del circolo della RIVE; Bagnaia e Torri sono esperienze di riferimento e molto attive, non vanno però dimenticate tutte le altre (alcune approfondite nel secondo capitolo) e in particolare il popolo degli Elfi: una realtà che conta ormai 25 anni, unica e indescrivibile al punto da chiamarsi “popolo”. 

Sono attualmente più di 200 e vivono in vari villaggi e casolari nell’Appennino tosco-emiliano, nei pressi di Pistoia, ma non solo. Gli Elfi sono disponibili all’incontro e alla conoscenza, l’ospitalità è fondamentale nella loro cultura. Chi vuole può liberamente recarsi in visita e fermarsi, per lo più, tutto il tempo che vuole.

 

“Lo stile di vita degli elfi è simile, sotto molti punti di vista, a quello dei contadini del secolo scorso. Gli elfi vivono in case prive di corrente elettrica e dunque di ogni comfort della vita urbana, riscaldate a legna e illuminate dalla luce fioca delle candele. Vicini ai contadini di un tempo per gli aspetti della cultura materiale, gli elfi si distinguono per l’organizzazione sociale sostituendo “la tribù” alla famiglia estesa, la convivialità alla cultura della rinuncia e del sacrificio, il cosmopolitismo e l’apertura al nuovo al localismo e al timore per l’innovazione propri della civiltà contadina. Vivono in una condizione di frugalità volontaria, di “povertà ragionata”, esprimendo in questo modo, nei minuti comportamenti quotidiani, un’etica di responsabilità nei confronti della natura”[24]

 

L’autore di questo brano ha visitato il popolo degli Elfi nel 1990.

Oggi, scrive Olivares,

 

“non è cambiato molto. C’è solo qualche concessione in più alla corrente elettrica; generalmente nella falegnameria ed in una o due stanze in ciascun villaggio.

Si sta anche diffondendo l’uso di pannelli fotovoltaici.

Regalati, nella maggior parte dei casi.

Gli elfi, difatti, hanno un’incurabile diffidenza nei confronti del denaro. L’economia interna alla confederazione dei villaggi si fonda essenzialmente sullo scambio e sul dono.”[25]


Capitolo 5

La Rete Globale Ecovillaggi

 

 

"Ci sono infiniti mondi ed un'unica forza che li unisce e li rende vivi, l'Amore"

 Giordano Bruno.

 

 

GEN è l’acronimo di Global Ecovillage Network (in italiano, Rete Globale Ecovillaggi).

Il panorama internazionale è davvero vastissimo; l’adesione al GEN è  in continua crescita, ma molte realtà sono tutt’oggi esterne e forse mai vi aderiranno… il censimento completo resta un’impresa.

Di conseguenza, in questo capitolo, il nostro sguardo sul mondo farà riferimento solo alle esperienze “istituzionalizzate” (alla Rete), restando fedeli alla modalità concisa e “da visitatori” fin qui adottata. 

 

 

5.1 - Dare il buon esempio

 

The initiative

The impetus which brought a number of environmentally-conscious intentional communities together as the Global Ecovillage Network came from Ross and Hildur Jackson, the founders of the Gaia Trust in Denmark. "In 1990, the Trust asked itself how it best could use its resources to further the movement towards sustainability" Ross Jackson says. "We concluded that, more than anything else, the world needed good examples of what it means to live in harmony with nature in a sustainable and spiritually-satisfying way in a technologically-advanced society."

What became clear to the grass roots participants of this project was that we have all the knowledge and tools we need to change the world. We do not need more reports and studies. But we in the North have to put our own house in order, build sustainable communities, and give up exploiting the rest of the world.”

L’iniziativa

L’impeto che ha portato un certo numero di comunità intenzionali ecologicamente consapevoli ad unirsi in una Rete Globale di Ecovillaggi è partito da Ross and Hildur Jackson, i fondatori di “Gaia Trust” in Danimarca. Ross dice che: - Nel 1990 Gaia Trust si è chiesta quale potesse essere il miglior utilizzo delle proprie risorse per favorire il cammino verso la sostenibilità. Si è concluso che, più di ogni altra cosa, il mondo aveva bisogno di buoni esempi di cosa significasse vivere in armonia con la natura in un modo sostenibile e religiosamente soddisfacente in una società tecnologicamente avanzata. -

Ciò che divenne chiaro ai partecipanti iniziali fu che noi già abbiamo tutte le conoscenze e gli strumenti necessari a cambiare il mondo. Noi non abbiamo bisogno di ulteriori riferimenti e studi. Ma, noi del Nord, dobbiamo mettere in ordine la nostra casa, costruire comunità sostenibili, smettere di sfruttare il resto del mondo.”

(http://gen.ecovillage.org/about/index.html,

History, The History of GEN, 1990-1995)

 

Who were the first Ecovillages?

It is a difficult question because many of the current members of GEN were founded before this word existed. In the 1960's several spiritually based projects were initiated in different parts of the globe: Findhorn in Scotland, Auroville in India, The Farm in Tennessee, USA, Sarvodaya in Sri Lanka, and the NAAM movement in Bukino Fasso. [...]

The movement took two major steps in 1995. One was the establishment of its website by Stephan Wik, who moved from Findhorn to Denmark with his family. The other was a conference at Findhorn: "Ecovillages and Sustainable Communities for the 21 Century" which was organized by the Findhorn community and GEN (John Talbot and Diane Gilman) with financial assistance from Gaia Trust. "It was a great success", Ross Jackson says. "The week-long meeting was attended by over 400 people from forty countries, and we had to turn down another 300 who would have liked to have been there."
During this meeting it was decided to establish three autonomous regional networks to cover the globe geographically, with administrative centers at The Farm (USA), Lebensgarten, (Germany) and Crystal Waters (Australia). Gaia Trust committed to covering the expenses of the networks for 3-5 years, and to act as coordinating secretariat from its Danish office.”

Chi furono i primi Ecovillaggi?

Questa è una domanda difficile perché molti degli attuali membri del GEN nacquero prima che questa parola (ecovillaggi) esistesse. Negli anni ’60 diversi progetti basati sulla spiritualità furono avviati in varie parti del globo: Findhorn in Scozia, Auroville in India, The Farm in Tennessee (USA), Sarvodaya in Sri Lanka, il movimento NAAM in Burkina Faso. [...]

Il movimento fece i passaggi decisivi nel 1995. Uno fu la creazione del sito internet da parte di Stephan Wik, che da Findhorn si trasferì in Danimarca assieme alla sua famiglia. L’altro fu la conferenza a Findhorn: “Ecovillaggi e Comunità Sostenibili per il ventunesimo secolo” che fu organizzato dalla comunità di Findhorn e dal GEN (John Talbot e Diane Gilman) grazie all’assistenza finanziaria di Gaia Trust. – Fu un grande successo – dice Ross Jackson – l’incontro settimanale fu presenziato da più di 400 persone provenienti da quaranta nazioni, e abbiamo anche dovuto rifiutarne altre 300 che avrebbero desiderato partecipare. –

Durante questo incontro fu deciso di creare tre  reti regionali autonome, per coprire geograficamente l’intero globo, con centri amministrativi a The Farm (USA), Lebensgarten, (Germania) and Crystal Waters (Australia).

Gaia Trust si impegnò a coprire le spese della rete per 3-5 anni e ad agire come segreteria coordinante dal suo ufficio danese.”   

(http://gen.ecovillage.org/about/index.html,

 History, The History of GEN, 1990-1995)

 

Una pratica davvero interessante ed efficace di sostenibilità a tutto campo è la lista si controllo (vista anche nel paragrafo 2.2):

 

Self Audit

A need was recognized at the Findhorn meeting for some kind of audit to make sure that the power in the movement would remain with the "qualified" villages at the same time as we wanted to open membership up to all interested parties. At the meeting there was unanimity concerning the definition of the elements of an ecovillage. [...] The initial ideas have since evolved into the Community Sustainability Assessment (CSA) self audit accessible from this website.”

“Autoverifica
All’incontro di Findhorn fu riconosciuto il bisogno di qualche tipo di verifica per essere sicuri che il potere, nel movimento, fosse rimasto agli Ecovillaggi “qualificati” anche nel momento in cui si fosse aperta la partecipazione a tutte le parti interessate. All’incontro ci fu l’unanimità riguardo la definizione degli elementi di un ecovillaggio. [...] Le idee iniziali si sono da qui evolute nell’attuale questionario, disponibile on-line, di autoverifica della sostenibilità della comunità.”

(http://gen.ecovillage.org/about/index.html,

History, The History of GEN, 1996-1999)

5.2 - Quando si parla di cooperazione internazionale

 

Di nuovo emerge, e questa volta in grande stile, che lo scenario di vita degli ecovillaggi non è un luogo appartato, “settario”, ma il mondo intero! Le partnership sono trasversali a tutti gli attori del globo: dalla piccola cooperativa locale all’Organizzazione delle Nazioni Unite. 

 

GEN Partners

GEN welcomes partnerships with organizations and individuals with an active interest in:

·                    Community sustainability

·                    Green business ventures

·                    Ecotourism

·                    Renewable energy

·                    Ecological building

·                    Ecological production (food or other)

·                    Education in the above areas

 

Today, GEN works I n cooperation with organizations such as the “UN Best Practices Steering Committee”, the “EU Phare Program”, the “Gaia Consulting Group”, and the “Living Routes - Ecovillage Education Consortium” for creating partnerships with educational institutions.”

Partners del GEN

Il GEN gradisce nuove collaborazioni con organizzazioni e singoli che hanno un interesse attivo in:

·                    Sostenibilità della comunità

·                    Investimenti di Green Business

·                    Ecoturismo

·                    Energia rinnovabile

·                    Costruire ecologico

·                    Produzione ecologica (cibo o altro)

·                    Educazione in questi campi soprastanti

 

Oggi il GEN lavora in cooperazione con organizzazioni come la “Commissione Organizzatrice Migliori Pratiche ONU”, il “programma Phare dell’Unione Europea”, il “Gruppo di Consultazione di Gaia” e con “Living Routes – Consorzio di Educazione all’Ecovillaggio” al fine di creare collaborazioni con le istituzioni educative”

(http://gen.ecovillage.org/participate/index.html, Partners)

L’attenzione è direzionata a 360°:

 

“Il GEN e’ stato fondato per rispondere ai gravi problemi esistenti a livello planetario: risorse naturali in via di esaurimento, espansione smodata dei centri urbani, senso crescente di alienazione da parte dei giovani, continua minaccia nei confronti delle popolazioni indigene, e rapido aumento della povertà in gran parte del mondo.”

(http://www.gen-europe.org/about_us/italian/what_is_gene.html)

 

E la presenza concreta? E’ anch’essa orientata a tutto tondo? Essendo il GEN totalmente sconosciuto alla maggior parte di noi, viene spontaneo chiedersi se non sia poco più di una realtà puntiforme, ma, considerando la sua giovane età, sembrerebbe proprio di no…

 

“Network members include large networks like Sarvodaya (11,000 sustainable villages in Sri Lanka); EcoYoff and Colufifa (350 villages in Senegal); the Ladakh project on the Tibetian plateau; ecotowns like Auroville in South India, the Federation of Damanhur in Italy and Nimbin in Australia; small rural ecovillages like Gaia Asociación in Argentina and Huehuecoyotl, Mexico; urban rejuvenation projects like Los Angeles EcoVillage and Christiania in Copenhagen; permaculture design sites such as Crystal Waters, Australia, Cochabamba, Bolivia and Barus, Brazil; and educational centres such as Findhorn in Scotland, Centre for Alternative Technology in Wales, Earthlands in Massachusetts, and many more.”

I membri della Rete includono grandi reti come Sarvodaya (11000 ecovillaggi sostenibili in Sri Lanka); EcoYoff and Colufifa (350 villaggi in Senegal); il progetto Ladakh nell’altopiano del Tibet, “ecocittadine” come Auroville nel Sud dell’India, la Federazione di Damanhur in Italia e Nombin in Australia; piccoli ecovillaggi rurali come Gaia Asociación in Argentina e Huehuecoyotl Mexico; progetti di ringiovanimento urbano come Los Angeles Ecovillage e Christiania a Copenhagen; siti di progettazione in permacultura come Crystal Waters in Australia, Cochabamba in Bolivia e Barus in Brasile; centri educativi come Findhorn in Scozia, il Centro per le Tecnologie Alternative in Galles, Earthlands in Massachusetts, e molti di più.”

(http://gen.ecovillage.org/about/index.html)

 

Da quest’ultimo brano è evidente che le esperienze che confluiscono nel GEN sono parecchie e spesso, anche di qualità:

“Nel 1998, tre ecovillaggi membri della rete GEN, Findhorn in Scozia, Lebensgarten in Germania e Crystal Waters in Australia, sono stati inseriti tra i primi nel "100 Best Practices Awards" delle Nazioni Unite. Si tratta di una classifica che elenca le 100 migliori pratiche come eccellenti modelli di vita sostenibile”

(informazione ottenuta da contatto e-mail con il GEN)

 

Un altro aspetto di grande importanza è la compatibilità naturale che lega gli ecovillaggi alla cooperazione internazionale:

 

“Un modello, elaborato ispirandosi alle società “ primitive”, viene offerto oggi in un processo di “rimbalzo” a quelle stesse società “in via di sviluppo”, come  incarnazione dello sviluppo del futuro, favorendo un processo di ri-appropriazione della tradizione, arricchita delle tecnologie occidentali più innovative: in questo processo confluisce la stessa concezione occidentale dei popoli locali “virtuosi” e il nuovo senso del globale.”[26]

 

Ciò viene spiegato anche direttamente dalle parole del rappresentante della rete senegalese:

 

“Nel concetto dell’ecovillaggio, noi troviamo tutti i valori della società senegalese: famiglia, amicizia, cultura, spiritualità e solidarietà. Nel Nord hai perduto questi valori. Le famiglie sono state disintegrate… Se noi non facciamo qualcosa, ci stiamo avviando a perdere ogni cosa come è già accaduto. Se noi distruggiamo il nostro vicinato, le nostre risorse, le nostre famiglie, dove stiamo andando? Gli ecovillaggi sono un modello da cui possiamo prendere quello che abbiamo, e vivere una vita moderna. Possiamo avere i nostri computer ed essere connessi ad internet,  ma resistere alla globalizzazione. […] è facile per me capire il concetto degli ecovillaggi, perché non è così lontano da quello che noi conosciamo in Senegal, la maggior parte del concetto di ecovillaggio è già qui, ed è vicino a quello che noi vogliamo.”[27]

 

Che aggiungere ancora? Se è sorto il desiderio di approfondire ulteriormente… chissà che non sia il momento di fare una visita personale a qualche ecovillaggio?


Conclusione

 

Ogni volta che mi connetto al web, scopro l’esistenza di nuovi soggetti (partners, associazioni, ecc…) coinvolti nell’attività dei villaggi ecologici. Mi stupisco e un po’ mi dispero, perché penso che il viaggio non avrà mai fine, ma in fondo così è la vita e il bello sta anche in questo, basta saperlo vedere, accettare e, ovviamente, vivere.

Questo lavoro invece è finito, di sicuro non è stato esaustivo, ma spero sia riuscito almeno un po’ nell’intento di presentare e analizzare le caratteristiche principali degli ecovillaggi.

Se all’inizio anch’io mi sono mosso per desiderio e curiosità, adesso mi ritrovo effettivamente a saperne di più.

Ciò mi dà una sensazione positiva che spero possa essere anche vostra… sensazione non solo di sapere di più, ma di aver aperto una porta che si affaccia su nuovi spazi da percorrere.

Chi ha avuto la costanza di arrivare fin qui, si sarà sicuramente accorto che l’analisi si è fatta via via sempre più tecnica e concreta:

-               Rispetto alle esperienze storiche sono emerse parecchie novità. Interessante soprattutto il rinnovamento e il distacco dalla fisionomia delle comuni degli anni ’60/’70 del secolo scorso, che per alcuni aspetti sono state molto più consumistiche (nel senso del consumare) della società da cui volevano prendere le distanze. Gli ecovillaggi hanno invece la volontà e la capacità di regolamentarsi; inoltre si contraddistinguono per la disponibilità all’autocritica (innanzitutto personale) e per le relazioni costruttive sempre ben aperte con ogni ambiente esterno.

-               A proposito, è risultato evidente che queste realtà non sono manichee. Il GEN e tutte le sue diramazioni non pongono particolari criteri d’accesso: ci si identifica soprattutto attorno ad un insieme di valori condivisi, non in base a modalità e parametri applicativi. Ad esempio si propone un’idea di ecologia alla portata di tutti: scelte quotidiane coerenti alla nostra natura. L’intento è sì di percorrere strade alternative e controcorrente, ma al fine di dimostrare, di rendere visibile a tutti, che un mondo diverso è possibile subito.

-               Si aggancia qui la caratteristica “non costrittiva” della Rete. Mentre nella società statuale odierna la sovranità del cittadino viene delegata agli organi di governo, nell’esperienza degli ecovillaggi la sovranità è sempre in mano ai singoli, alle unità di base. Tutto ciò che viene svolto dalla Rete non viene mai dall’alto, ma dal basso. Non è la Rete che organizza, sono i singoli componenti che si sono organizzati in una Rete. Non è la Rete che dà direttive o ha effetti uniformanti sui soci, ma sono i soci che incontrandosi si coordinano, si uniformano e si diversificano.

-               Abbiamo visto che i vari nuclei funzionano per lo più singolarmente e che spesso sono diversissimi l’uno dall’altro. La Rete è semplicemente un riconoscersi come compagni di viaggio e non è poco che ci si riconosca tra realtà disperse in ogni angolo del pianeta. Riconoscersi è la base per relazionarsi, crescere e camminare insieme, aiutandosi scambievolmente. E’ così che la Rete incarna nel suo vero senso la cooperazione internazionale. Essa, per essere tale, non può avere un punto di partenza e un punto di arrivo collegati a senso unico, ma ogni nodo, ogni persona, devono essere sia nucleo di immissione che di ricezione. Se è vero che la Rete ha portato molti spunti interessanti ai movimenti del Senegal, è altrettanto vero che altrettanti spunti positivi sono partiti da questo paese africano per raggiungere tutti i soci del pianeta. Non ci infondono forse gioia e speranza le parole del rappresentante della rete senegalese? E ne abbiamo gran bisogno! Infatti, se da un lato, per paura di fermarci a guardare la realtà delle cose, stiamo spingendo sempre più l’acceleratore nella direzione presa, dall’altro lato è riscontrabile in ogni persona il continuo crescere del senso di dispersione e di alienazione. Un’altra cosa che ci insegnano gli ecovillaggi è il riconoscerci bisognosi… se vi pare poco.

-               Ulteriore aspetto da focalizzare è la radicalità, ma non l’estremismo. Lo si nota in ogni dimensione: l’obiettivo è l’equilibrio naturale, non il mito salvifico creato artificialmente. Non c’è atteggiamento fanatico nemmeno parlando di comunità o di ecologia. Ci sono coerenza e costanza, non imposte, ma coltivate a piccoli passi. E’ per questa via che si è giunti anche ai grandi risultati concreti. Pensiamo a tutte le diramazioni che si sono sviluppate secondo il principio della sostenibilità: la gestione sociale e politica, la capacità di crescere nelle relazioni interpersonali, le tecniche ecologiche all’avanguardia che permettono anche a grandi comunità (più di 3000 abitanti) di essere in sintonia col ciclo della vita. In questa direzione non si disdegna l’utilizzo di accorgimenti antichissimi come delle tecnologie più moderne.

-               L’agricoltura, guidata da uno spirito di contemplazione per la perfezione della natura, si serve di mezzi spesso rudimentali per applicare le modalità più avanzate, che non sono quelle meccanicizzate e di rapina, ma quelle che sanno vedere che la vita si alimenta solo se sa rispettarsi. Essere venuto a conoscenza dell’agricoltura naturale di Fukuoka è qualcosa che mi ha lasciato davvero a bocca aperta. Spero sia desiderio anche vostro approfondire ulteriormente tutte queste… “innovazioni”.

-               La spiritualità. E’ emerso chiaramente che l’esperienza degli ecovillaggi riporta in alto questo aspetto della vita. Innanzitutto viene smitizzato il tabù della secolarizzazione: dalla “religione oppio dei popoli” si passa al vivere l’aspetto spirituale come stimolo e motore che dà forza a tutte le attività concrete. Inoltre, l’attività spirituale viene riconosciuta nella sua vera sostanza, che è quella dell’uomo di fronte ai suoi limiti grandi e piccoli: non saper comprendere la personalità di chi ci sta di fronte, non saper guarire ogni malattia o risolvere ogni problema, il nascere, il morire… Ci viene detto e dimostrato che tutto ciò fa parte di noi, la spiritualità è già in ognuno di noi, non è una “preoccupazione in più”, è come il mangiare o il respirare, è una necessità che va coltivata. Progredire solo in alcune dimensioni, tralasciando questa, è solo destabilizzante. Fukuoka ce lo dimostra concretamente tramite i risultati ottenuti nell’agricoltura.

 

Da ultimo vorrei concedermi lo spazio per due piccole riflessioni personali e soggettive. Intendo solo proporre l’aggancio tra l’esperienza degli ecovillaggi e due temi abbastanza critici e difficili.

La prima riflessione riguarda il pericolo di conflitti e di guerre. In tempi come questi, dove la sicurezza è al primo posto nelle agende politiche di tutto il mondo, gli ecovillaggi sembrano non pensare minimamente a questi temi e tanto meno ad investire in sistemi bellici di difesa. La questione è grossa, non saranno in pericolo? Gli armamenti sono sempre stati una delle prime voci di spesa nei bilanci statali e anche oggi sono spesso al primo posto; sono sempre stati il primo stimolo alla ricerca di nuove tecnologie e anche nel 2004 l’assurdità è questa. Mi permetto di chiamarla così perché fin dai tempi di Atene e Sparta è stato evidente che tra difesa ed attacco il confine è molto indefinito, sono in realtà due facce della stessa medaglia. Oggi abbiamo di fronte l’esempio chiave di come la difesa, vista nella teoria della guerra preventiva, è diventata attacco. Più si costruiscono mura difensive e più si dà l’impressione di essere pericolosi, inducendo anche gli altri ad armarsi. La resistenza irachena si era ben premunita e oggi i massacri scorrono senza fine. Se qualcuno pensa che gli ecovillaggi manchino di una politica militare adeguata e necessaria, e che quindi siano esempi improponibili al mondo, io trovo invece molti spunti che mi chiariscono la vera politica di pace degli ecovillaggi. Essi attingono dalla scuola della Storia e di tutti i suoi grandi personaggi l’idea di cambiare i cuori sconvolgendo le logiche terrene dominanti. Portano all’esterno ventate di positività che non possono far altro che penetrare nei cuori, rinnovandoli. Certo, anche con questa strategia ci si espone al pericolo, ma in fondo, chi altri può dire di avere la sicurezza? Di morti questa guerra ne ha fatti moltissimi e ancora ne miete ogni giorno, anche tra le fila degli alleati “occidentali”.

Il tema della sicurezza ci porta dritti alla seconda riflessione: la spiritualità. Abbiamo appena detto che essa non è altro che l’uomo a confronto con i propri limiti. Ecco qui l’insicurezza. Un’insicurezza che, affiancata a quella fisica, crea il bisogno più grande di ogni essere umano: il senso della vita.

Dunque che fare? Uscire dalle logiche limitanti della mente umana costa grande sforzo, speranza e fede, ma i risultati sono garantiti… dalla Perfetta Letizia di San Francesco alla salvezza delle anime di Madre Teresa di Calcutta.

 

“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia,

e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

Non affannatevi dunque per il domani,

(Mt.6,33-34)

 
perché il domani avrà già le sue inquietudini”       

 

Le fatiche sono tante sia nella nostra vita che nell’ecovillaggio, ma condividerle le rende più leggere e viverle alla luce della spiritualità le trasforma:  

(Mt.11,30)

 
“Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”

 

Buon cammino!

Grazie a tutti, soprattutto ai miei genitori che mi sono sempre vicini!

Grazie anche a chi non conosco perché siamo comunque compagni di viaggio!


Bibliografia

 

BRUNDTLAND G.H., Il futuro di noi tutti, Bompiani , Milano, 1990

CAPRIOLO G., NARICI B., Ecovillaggi. Una soluzione per il futuro del pianeta?, ed.GB, Padova,

          1999

CARDANO Mario, Lo specchio, la rosa e il loto, Seam, Roma, 1997

CONSALVO Chiara, La vita semplice: ecovillaggi. Dalla controcultura alla visione sostenibile,

          Università degli studi “La Sapienza”, Facoltà di Lettere, anno accademico 2002/2003

GUBITOSA Carlo, Qui dove vale il “Credito”, in Altreconomia, N°55, Milano, 2004

JACKSON H.- SVENSSON K., Ecovillage Living. Restoring the Earth and her people,

          Green Books-Gaia Trust, 2002

OLIVARES Manuel, comuni comunità ed ecovillaggi in Italia, Malatempora, Roma, 2003

OLIVARES Manuel, Pratale, casa aperta, in Aam Terra Nuova, N°183, Aprile, 2004

SEN Amartya, Lo sviluppo è libertà, Mondadori, Milano, 2000

TÖNNIES Ferdinand, Comunità e società, Edizioni di comunità, Milano, 1963

ZINGARELLI, Lo Zingarelli 2003. Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli, Bologna, 2003,

utilizzato per tutte le definizioni di parole italiane.

 

Bibliografia multimediale

 

http://www.alcatraz.it

http://www.anab.it

http://gen.ecovillage.org

http://www.gen-europe.org

http://www.iridra.com

http://www.sostenibile.org

http://www.torri-superiore.org


Glossario

 

AGENDA 21       programma d’azione politico-programmatico per il ventunesimo

                             secolo, http://www.minambiente.it/SVS/agenda21/agenda.htm

AIAB                    Associazione Italiana Agricoltura Biologica, www.aiab.it

ANAB                  Associazione Nazionale Architettura Bioecologica, www.anab.it

CONACREIS       Coordinamento Nazionale Associazioni e Comunità di Ricerca Etica

                             Interiore Spirituale, http://www.conacreis.org/conacreis_on_line/

ELIANTE            sistemi integrati di comunicazione, www.eliante.it

GAIA TRUS         Organizzazione che si prende cura del pianeta vedendolo come un
                             unico grande organismo vivente, www.gaia.org

GEN                    Global Ecovillage Network (Rete Globale Ecovillaggi),

                             http://www.ecovillage.org

IIFAC                   International Institute for Facilitation and Consensus, www.iifac.org

LEGAMBIENTE          Lega nazionale per l’ambiente, www.legambiente.it

LIFE Berlin           Organizzazione per la sostenibilità e non solo, http://www.life-online.de

LIVING ROUTES        Consorzio di Educazione all’Ecovillaggio, www.livingroutes.org

MIT                      Massachusetts Institute of Technology, http://web.mit.edu

MANICHEO        Chi ha posizione ideologica che esagera l’inconciliabilità di due

                             principi

NETWORK         = Rete

ON-LINE            = In linea, “collegato alla rete internet”

ONLUS                Organizzazioni Non Lucrative di Utilità Sociale

ONU                    Organizzazione Nazioni Unite www.onuitalia.it

PARTNER           = Compagno, Socio

RIVE                    Rete Italiana Villaggi Ecologici, http://www.sostenibile.org/rive

WEB                    = Rete, (ci si riferisce alla rete internet)

WWOOF              Willing Workers On Organic Farms (Lavoratori Volontari Nelle

                             Aziende Biologiche), www.wwoof.it



[1] FUKUOKA Masanobu, La rivoluzione del filo di paglia, Quaderni d’Ontignano, Firenze, 1980. p.173

[2] FUKUOKA Masanobu, La rivoluzione del filo di paglia, Quaderni d’Ontignano, Firenze, 1980. p.45,47,48,57

[3] FUKUOKA Masanobu, La rivoluzione del filo di paglia, Quaderni d’Ontignano, Firenze, 1980. p.53,103,139

[4] OLIVARES Manuel, comuni comunità ed ecovillaggi in Italia, Malatempora Ed., Roma, 2003, p.6

[5] CONSALVO Chiara, La vita semplice: ecovillaggi. Dalla controcultura alla visione sostenibile, Università degli studi

                “La Sapienza”, Facoltà di Lettere, anno accademico 2002/2003, p.15

[6] BRUNDTLAND G.H., Il futuro di noi tutti, Bompiani , Milano, 1990, p.71

[7] SEN Amartya, Lo sviluppo è libertà, Mondadori, Milano, 2000, p.5

[8] CONSALVO, Ibidem, p.46

[9] CAPRIOLO G., NARICI B., Ecovillaggi. Una soluzione per il futuro del pianeta? Ed.GB, Padova, 1999. p.58

[10] OLIVARES, Ibidem, p.72

[11] OLIVARES, Ibidem, p.69

[12] OLIVARES Manuel, Pratale, casa aperta, in Aam Terra Nuova, N°183, Aprile, 2004, p.57-59

[13] OLIVARES Manuel, comuni comunità ed ecovillaggi in Italia, Malatempora, Roma, 2003, p.52

[14] GUBITOSA Carlo, Qui dove vale il “Credito”, in Altreconomia, N°55, Milano, 2004, p.16-17

[15] CONSALVO, Ibidem, p.39

[16] OLIVARES, Ibidem, p.6

[17] CONSALVO, Ibidem, p.107

[18] TÖNNIES Ferdinand, Comunità e società, Edizioni di comunità, Milano, 1963, p.46

[19] fonte OLIVARES, Ibidem, p.33

[20] CONSALVO, Ibidem, p.108

[21] OLIVARES, Ibidem, p.6

[22] Liberamente tratto da http://www.sostenibile.org/rive/bagnaia/informazioni.html

[23] Liberamente tratto da www.torri-superiore.org

[24] CARDANO Mario, Lo specchio, la rosa e il loto, Seam, Roma, 1997, p.17-18

[25] OLIVARES, Ibidem, p.65

[26] CONSALVO, Ibidem, p.112

[27] JACKSON H.- SVENSSON K., Ecovillage Living. Restoring the Earth and her people. Green

Books-Gaia Trust, 2002, p.138

st, 2002, p.138


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